La settimana scorsa sono stato invitato a parlare agli insegnanti di religione della Diocesi di Treviso, un’occasione per fare il punto sulle possibilità educative e relazionali di questo ruolo e di tutti quegli insegnanti che vivono, al di là della disciplina, la vocazione al “segnare dentro”.
Nelle nostre scuole, spesso attraversate da fatiche educative e da una crescente solitudine degli adulti, l’insegnamento, qualsiasi ma soprattutto della religione cattolica, continua a rivelarsi uno spazio prezioso di incontro e di dialogo. Non un’ora marginale, ma un laboratorio vivo in cui l’altro torna a essere un bene certo, mai scontato. È da questo riconoscimento che può nascere una scuola capace di comunità.
Ogni giorno, tra i banchi, si compie un gesto semplice e rivoluzionario: accorgersi che la presenza dell’altro non è un automatismo, ma un dono. I bambini che entrano in classe, i genitori che rispondono alle convocazioni, i colleghi che portano sé stessi nei coordinamenti, le parole scambiate nei consigli: tutto questo può diventare occasione di crescita se qualcuno ha il coraggio di guardarlo con occhi nuovi. L’insegnante di religione, per vocazione e sensibilità, è spesso il primo a ricordare che nessuna relazione è neutra, che ogni incontro può aprire un varco, che la bellezza di un saluto può cambiare il clima di un’intera giornata.
La responsabilità educativa che porta non riguarda solo i contenuti, ma soprattutto i legami. È chiamato a custodire tutti i bambini: quelli che si nascondono e quelli che esplodono, quelli che arrivano tardi e quelli che sembrano già adulti. Accompagnarli verso l’adultità significa tenere insieme presente e futuro, sapendo che ogni gesto lascia un segno. Come ricorda la volpe al Piccolo Principe, «sarai responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato»: non per un obbligo temporale, ma per la grandezza del legame che nasce oggi e continua domani.
In un tempo in cui l’alleanza educativa con le famiglie è fragile e spesso conflittuale, l’insegnante di religione può diventare ponte: colui che apre porte, che abbassa le difese, che invita a sedersi alla stessa tavola pur nella differenza dei ruoli. Il Patto di corresponsabilità, troppo spesso percepito come un contratto unilaterale, può tornare a essere un luogo di incontro se rimettiamo al centro la cura della persona: quella che rende me insegnante e te genitore. Ricostruire questa fiducia significa rafforzare non solo i ruoli, ma un modello di comunità che si prende cura degli adulti che si prendono cura.
C’è poi un compito più profondo, che riguarda la vita scolastica e civile: fecondare il potere. Non esercitarlo, ma generarlo. Significa portare dentro le istituzioni scolastiche uno sguardo capace di futuro, una presenza che non si limita a eseguire, ma che ispira, che apre possibilità, che ricorda che l’educazione è sempre un’opera collettiva. Una scuola che non si chiude, che non si basta, che cerca alleanze vere, ha bisogno di figure capaci di portare dentro le strutture un respiro comunitario, un senso di responsabilità condivisa, una visione che non separa, ma unisce. Facciamolo insieme… io ci sto! E tu?
Anche attraverso l’azione silenziosa, ma decisiva dell’insegnante di religione e di ciascun collega che lo desideri ardentemente, la scuola può tornare a essere una proposta educativa viva, capace di accogliere e generare nuove occasioni di dialogo. Perché le giovani generazioni possano crescere in un ambiente che non solo istruisce, ma accompagna; non solo valuta, ma custodisce; non solo organizza, ma ama.