Chiesa
“Siamo rimaste qui. Anche quando tutto crollava, anche quando la paura sembrava più forte della speranza. Siamo rimaste perché è qui che ci chiama il Vangelo”.
È con queste parole che suor Julia, missionaria della Congregazione delle Missionarie di Maria Immacolata di Santa Caterina da Siena — note come Suore della Madre Laura — racconta la presenza accanto al popolo Awà, nel sud della Colombia. Sono un popolo indigeno la cui cultura è legata alla protezione della foresta pluviale e alla tutela dei loro resguardos (territori legalmente riconosciuti).
La presenza delle suore è diventata, negli anni, segno concreto di resistenza, fede e accompagnamento.
La congregazione, fondata nel 1914 da Laura Montoya Upegui — prima santa colombiana — nasce con una missione precisa: portare il Vangelo nei luoghi dove la dignità umana è più fragile. “Per noi, “Ho sete”, le parole di Gesù sulla croce, significano la sete di giustizia, di umanità, di riconoscimento per chi viene dimenticato”, spiega suor Julia.
Questa “sete” oggi si traduce in una scelta di vita condivisa con il popolo Awà, nel Resguardo Indigeno Integrato Edén Cartagena. La presenza delle suore tra gli Awà risale agli anni Settanta, ma è dal 1985 che si è stabilizzata. Un cammino che si è intrecciato con uno dei periodi più drammatici della storia recente colombiana.
“Tra il 2005 e il 2006 abbiamo vissuto momenti durissimi”, ricorda. “Il territorio è stato colpito da violenze e operazioni militari. Intere comunità sono state costrette a fuggire. Noi abbiamo scelto di non abbandonarli: li abbiamo accompagnati anche nello sfollamento, sostenendoli nelle trattative e cercando di mantenere viva l’unità”.
Un impegno che, dopo anni di lotta, ha portato nel 2010 all’assegnazione di nuove terre e, nel 2023, al riconoscimento ufficiale del resguardo di Edén Cartagena. “È stato un traguardo importante: oggi circa 130 famiglie vivono qui, dopo essere riuscite a reinsediarsi”, sottolinea suor Julia.
La missione, tuttavia, non si limita alla dimensione religiosa. È soprattutto presenza quotidiana: ascolto, condivisione e sostegno concreto. “Lavoriamo per rafforzare la fiducia tra le persone, per valorizzare la loro cultura e accompagnarle nei rapporti con le istituzioni. Promuoviamo percorsi educativi, momenti comunitari e attività formative”.
In alcuni casi, le missionarie hanno svolto anche un ruolo delicato di accompagnamento nei dialoghi tra comunità indigene e gruppi armati. “Non siamo protagoniste, ma presenza che sostiene e cerca di favorire percorsi di pace”.
Le difficoltà restano però enormi. La mancanza di risorse, i problemi di trasporto e la carenza di formazione rendono ogni intervento complesso. A queste si aggiungono criticità strutturali: la crisi economica legata al declino della coltivazione della coca, la diffusione della minería illegale e le difficoltà nell’applicazione dei diritti in ambito sanitario ed educativo.
“Il popolo Awà è riconosciuto ufficialmente come a rischio di estinzione. Ma nella realtà continua a vivere in condizioni di grande vulnerabilità, aggravate dalla violenza e dall’abbandono istituzionale”, denuncia suor Julia.
Tra le priorità emerge la formazione di nuovi leader comunitari. “Servono persone capaci di guidare processi autonomi, di difendere i diritti della comunità. È fondamentale per il futuro”.
L’obiettivo, però, non è solo sociale. È anche ecclesiale. “Sogniamo una Chiesa con volto indigeno, in cui la fede cristiana possa radicarsi nella cultura Awà, rispettandola e valorizzandola.”
Nonostante tutto, la missione racconta anche una storia diversa: quella di una comunità che resiste. “Negli ultimi anni abbiamo vissuto incontri, laboratori artigianali, percorsi educativi, celebrazioni. Sono segni piccoli, ma importanti: raccontano una comunità viva, che si organizza e guarda avanti”.
E proprio nella resilienza degli Awà suor Julia riconosce uno dei segni più forti. “Sono persone di grande forza, unite, capaci di reagire nonostante il dolore. Hanno subito un conflitto di cui non hanno colpa, ma che li colpisce più di tutti. Eppure continuano a camminare insieme.”
Un cammino che per le Missionarie della Madre Laura è anche una testimonianza di fede. “In mezzo alle prove, cerchiamo sempre di mantenere viva la speranza e di costruire risposte dignitose. È questo il senso del nostro essere qui: camminare insieme”.