Chiesa
Un Papa «pellegrino sulle orme di Papa Francesco», che sceglie di attraversare lui stesso la Porta d’Europa e di percorrere a piedi il tratto scosceso fino alla costa, per fermarsi a guardare il mare. È l’immagine con cui Leone XIV si è consegnato a Lampedusa sabato 4 luglio, nella sua prima visita pastorale sull’isola-frontiera, tredici anni dopo lo storico approdo del suo predecessore l’8 luglio 2013. Mentre osservava l’orizzonte, il vento gli ha portato via la papalina: un gesto che ha ripercorso idealmente il cammino di chi in mare ce l’ha fatta a salvarsi.
Prima della messa, il Pontefice ha benedetto al Molo Favaloro la targa che da oggi intitola l’approdo a Papa Francesco – «Luogo di approdo, di speranza e di umanità» – e ha salutato alcuni dei migranti dell’hotspot, che attualmente accoglie 114 persone. Alla celebrazione al Campo sportivo «Arena», in località Salina, hanno preso parte circa quattromila persone da tutta la regione, tra cui il cantante Claudio Baglioni, cittadino onorario dell’isola, citato dal sindaco Filippo Mannino nel saluto al Papa.
Nell’omelia, incentrata sulla parabola del buon Samaritano, Leone XIV ha ricordato che oggi Lampedusa e Linosa si trovano «su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico». «Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti», ha detto: «Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano». Da qui il ringraziamento a chi ha scelto la prossimità: volontari, associazioni, istituzioni civili, Guardia Costiera, medici, religiosi, forze di sicurezza, «e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme». Un grazie rivolto anche agli stessi migranti, «come poveri che aiutano i più poveri».
Ma il Papa ha pronunciato anche una denuncia netta: «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Tra le cause, «un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui». Atteggiamenti che riproducono oggi «la fretta di “passare oltre”» del sacerdote e del levita.
Il cuore dell’appello è indirizzato al Vecchio continente. «Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee», ha affermato Leone XIV. L’Europa, ha spiegato, «possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità»: è chiamata «ad affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare».
Il Papa ha toccato infine un nervo scoperto dell’isola, il rapporto tra turismo e accoglienza. «Sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri», ha osservato, esortando: «Abbiate l’audacia di pensare diversamente». Perché «c’è autentico riposo dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna».
Richiamando la «civiltà dell’amore» invocata da Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, Leone XIV ha ricordato che essa «non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione». Nessuno, ha concluso, «è senza responsabilità»: ciascuno è chiamato a scegliere «se alimentare la logica della forza» oppure «custodire la logica della pace». Poi il saluto in dialetto: «O’scià!».