Fatti
Così è andato come nelle previsioni. L’ottantesimo premio Strega, per l’occasione ospitato nella piazza del Campidoglio, invece che nel consueto Ninfeo di Villa Giulia, ha visto trionfare “I convitati di pietra” (Einaudi) di Michele Mari. La storia di un tempo, gli anni Settanta del liceo, e di un patto fuori dalla norma degli annuali ritorni delle cene di ex compagni di classe: gli ultimi tre sopravvissuti si potranno godere i soldi di un conto corrente bancario rimpolpati da tutti quelli che resistono. Un gioco con i sentieri dell’apparente caso, e se vogliamo stare vicini ai tempi, ecco apparire i nomi di Borges, Kafka, Calvino, Gadda. Ma anche con indulgente sguardo verso l’invecchiare, il lasciare, il rimpiangere. E la dimensione del richiamo del passato scolastico non è nuova in Mari: nella raccolta “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, di quasi vent’anni fa, emerge con forza la dimensione degli amori mai realizzati, ad un passo dall’esserlo, e per questo circondati da un’aura di mito.
C’è però un racconto che più degli altri avrebbe meritato maggiore attenzione dei votanti: “Lo sbilico”, (Einaudi), quarto posto, di Alcide Pierantozzi, storia personale del disagio, del non sentirsi come gli altri e anzi, apostrofati come matti oltre che diagnosticati come bipolari, paranoidi, fino al definitivo disturbo dello spettro autistico. Un percorso che stana luoghi comuni, per aprire lo sguardo sulla realtà. Anche quella di chi non se la sente di uscire, di avere una compagnia, o magari una storia, e scivola nell’ “altro” sguardo, quello dei timbri “strano”, “fuori di testa”. “Lo sbilico” è il racconto di tutto questo, dell’utilità e dei limiti delle medicine, dell’inesorabilità del giudizio e della frammentazione di fronte a prove e a sguardi su se stessi, “per un vizio di analisi, o per abuso di congettura”.
Anche il secondo classificato, “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli) di Matteo Nucci ci riporta alla narrazione del tempo, quello segnato dalla storia del pensiero, allorchè l’apparire nella bottega di un calzolaio d’Atene di Socrate cambia la vita del ragazzino Aristocle, che sarà chiamato Platone per l’ampiezza delle sue spalle. Nucci ha una profonda conoscenza del mondo classico e del pensiero greco, e questa conoscenza però rischia di divenire un’arma a doppio taglio, poiché le oltre 540 pagine potrebbero limitarne la lettura esclusivamente agli addetti ai lavori. E con delle eccessive semplificazioni, come quando si parla dell’ “invidia dei cristiani”.
Un tempo diverso è narrato in “Le vedove di Camus” (L’orma) di Elena Rui classificatosi sesto: l’incidente automobilistico che causò la morte del grande scrittore francese nel 1960 è un ritorno al secolo breve e apre le porte della percezione, per citare un classico come Huxley, sulle donne della sua vita, la moglie ma anche le altre non “ufficiali”, e, per rimanere nel tempo-storia, in un momento in cui, è notizia di ieri, i manoscritti originali di Camus vengono acquisiti dalla Biblioteca di Francia.
È il tempo della Sardegna di fine Ottocento quello narrato da Bianca Pitzorno in “La sonnambula” (Bompiani), classificatosi terzo: una donna che mette la sua sensibilità, camuffata da visionarietà, a disposizione delle altre dietro il pagamento di cinque lire. E soprattutto conquista la propria libertà contro le minacce di un marito violento e per questo abbandonato.
E il tempo reale, quello indecifrabile e incommensurabile in noi è quello narrato da Teresa Ciabatti in “Donnaregina” (Mondadori), arrivato quinto, in cui l’incontro tra una scrittrice-giornalista e un reale boss mafioso diviene anche il tempo della riflessione su sé e sul proprio essere madre in un tempo, ancora una volta, di separazioni e parcellizzazioni. E su cosa sia davvero il tanto agognato bene.