Idee | Pensiero Libero
«I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise».
Queste sono parole su cui non si poteva passare oltre. Nemmeno svariati giorni dopo essere state pronunciate. Lampedusa il 4 luglio non può risolversi in qualche minuto di video in cui papa Leone perde lo zucchetto (che in accezione dotta si chiama “solideo”, perché solo davanti a Dio si toglie) sugli scogli ventosi dell’isola. Leone sulla scia di Francesco, Leone contro Trump, Leone con i migranti, Leone di sinistra? Su ciascuna, e molte altre, di queste questioni, volendo, si potrebbe perdere un sacco di tempo – e anche imparare qualcosa di interessante, certo – ma tutto questo ha un’importanza assai minore rispetto al nucleo della faccenda. Leone a Lampedusa non è un fatto da leggere per capire Leone, ma Lampedusa! Gli ultimi due papi non avevano certo la necessità di schierarsi o di indicare una via politica alla Chiesa universale con un viaggio all’estremità sud dell’Europa. Il fatto è che Lampedusa oggi è la frontiera dove salviamo o condanniamo vite umane e insieme alle vite altrui l’anima nostra. Quando il calcolo, la paura o la convenienza politica antepongono qualcosa – qualsiasi cosa! – al salvataggio anche solo di una vita umana, allora significa che la nostra umanità è incamminata sulla via del tramonto e l’indifferenza che ci abita è molto più minacciosa e desertificata rispetto alla tecnocrazia, al cambiamento climatico e a molte altre enormi problematiche della nostra epoca. «Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto» ha detto papa Prevost aprendo l’omelia e questo, oltre a essere un’idea teologica, è esperienza comune di ogni cristiano che si sia aperto agli altri, i diversi per cultura e religione, operando la carità in prima persona, senza delegare agli operatori Caritas di turno. Massime trite e ritrite come “fare del bene fa bene anzitutto a chi lo fa” portano con sé verità evidenti e incontrovertibili, ed è a questo livello che ogni cittadino e ogni cristiano può sostenere il passaggio da «gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise».
E poi ci sono quelle «decisioni prese» e «decisioni mancate» da parte della politica. Si tratta di responsabilità gravi. Per le vite umane che muoiono o non godono fino in fondo del diritto di essere tratte in salvo nel porto più vicino. Ma anche per tutte le opportunità perse per i Paesi europei in crisi demografica che necessitano di forza lavoro a tutti i livelli. Ancora oggi, la convinzione che l’Italia e l’Europa sia sotto “invasione” da parte dei migranti – convinzione falsa perché non suffragata da alcun numero – sta rendendo impossibile l’incontro di due necessità parallele e virtuose: quella di avere una nuova vita per chi è nato in povertà o in guerra e quella di avere nuova linfa per delle società che rischiano di languire demograficamente ed economicamente. Razionalmente, è impossibile spiegare che Futuro Nazionale di Vannacci stia facendo incetta di consensi a partire dall’idea della “remigrazione”: è evidente che gli stranieri delinquenti devono pagare le loro colpe, ma certa narrazione politica fa di tutti gli stranieri dei delinquenti e questo oltre che inaccettabile eticamente è, per assurdo, sconveniente per la stessa Italia e per il Veneto, come dicono da tempo Camere di commercio e associazioni datoriali.