Idee | Pensiero Libero
C’è un numero che, più di ogni altro, fotografa una ferita profonda nel tessuto sociale ed economico del nostro Paese. Nel 2025, la cifra complessiva delle giocate in Italia ha raggiunto la spaventosa quota di 165,34 miliardi di euro. Per comprendere l’enormità di questa massa di denaro, basti pensare che rappresenta il 7,3 per cento dell’intero Pil nazionale. Supera di gran lunga le risorse destinate al Fondo sanitario nazionale ed è il doppio di quanto lo Stato investe, ogni anno, per l’istruzione dei nostri figli. Ma dietro la freddezza delle statistiche ufficiali – scritte nella quarta edizione del Libro nero sull’azzardo da Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon – si nasconde una realtà umana fatta di fragilità, solitudini e famiglie messe in ginocchio. Il titolo del rapporto di quest’anno, Lo Stato perdente, suona come una sentenza che interroga da vicino la nostra coscienza civile e cristiana. Non è più possibile derubricare il gioco d’azzardo a semplice vizio privato o legittimo svago domenicale. Siamo di fronte a una vera e propria piaga sociale che drena risorse vitali dalle tasche dei cittadini, in particolare di chi si trova già in condizioni di vulnerabilità.
Il saldo finale delle perdite nette nel 2025 ammonta a quasi 22 miliardi di euro: denaro letteralmente bruciato, sottratto ai consumi quotidiani, al risparmio, al benessere delle famiglie, per andare a ingrossare i bilanci delle società concessionarie. Tradotto in media, ogni italiano maggiorenne avrebbe speso oltre 3 mila euro. Ma le medie, si sa, ingannano. L’aspetto più doloroso ed eticamente inaccettabile è che l’azzardo morde di più dove c’è meno carne: per le fasce di reddito più basse, l’incidenza delle perdite arriva a pesare fino al 4 per cento del reddito disponibile. Si gioca per speranza, per disperazione, nell’illusione di una svolta che non arriverà mai.
A cambiare radicalmente lo scenario è stata la rivoluzione digitale. L’azzardo ha abbandonato le vecchie sale fumose per trasferirsi nelle nostre case, nelle tasche dei nostri ragazzi. Nel 2025, per la prima volta, la raccolta online ha sfondato il muro dei 100 miliardi di euro. È un deserto relazionale che si consuma nello schermo di uno smartphone, dove quasi cinque milioni di italiani si muovono in isolamento. Preoccupa l’età sempre più verde dei giocatori, attratti da pubblicità pervasive durante gli eventi sportivi e da sistemi di controllo dell’età facilmente aggirabili. Le nostre comunità parrocchiali e i centri di ascolto Caritas intercettano ogni giorno questo grido d’aiuto silenzioso, che lacera i legami familiari e distrugge la fiducia tra generazioni.
E poi c’è l’ombra cupa dell’illegalità. I dati territoriali svelano una preoccupante sovrapposizione tra l’intensità del gioco online e i territori storicamente segnati dalle infiltrazioni della criminalità organizzata. L’azzardo, purtroppo, si conferma un formidabile strumento di riciclaggio per le mafie.
Chi guadagna davvero? Certamente non lo Stato, le cui entrate fiscali non bastano a coprire i costi sanitari, sociali e giudiziari legati alla cura delle ludopatie e al contrasto del crimine. A ridere sono solo le imprese del settore, i cui utili sono cresciuti in modo esponenziale. Diventa quindi urgente accogliere le proposte concrete della società civile: ripristinare il divieto assoluto di pubblicità, garantire la trasparenza dei dati comunali per permettere ai sindaci di difendere i propri territori, introdurre una tassa sugli extraprofitti da destinare alla sanità pubblica e avviare una decisa politica di sgonfiamento dei volumi di gioco. È necessario promuovere un’economia della cura e della relazione, che metta al centro la dignità della persona e non il profitto sulla pelle dei più fragili. Custodire il territorio significa anche avere il coraggio di spegnere quelle luci artificiali che promettono fortune e regalano solo povertà.