Idee
A Gaza la situazione resta di estrema gravità dal punto di vista umanitario. «Dall’inizio del cessate il fuoco ci sono ancora episodi di violenza qua e là, ma non abbiamo a che fare con la situazione di guerra precedente. Segnali di speranza? Dalle istituzioni, in questo momento, è raro trovarne. Ma nel territorio sì». Così il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme nel corso della sua visita a Venezia e a Jesolo, mercoledì 8 e giovedì 9 luglio, invitato in Diocesi dal patriarca mons. Francesco Moraglia a portare la sua testimonianza sulla situazione in Terrasanta.
Dopo il 7 ottobre 2023 – ha evidenziato il patriarca di Gerusalemme – l’80 per cento della Striscia è stata livellata. Cibo ce n’è, non c’è la fame dei mesi scorsi. Il problema più grave consiste nella mancanza totale di infrastrutture. La gente vive nelle tende, accanto alle fogne; la situazione igienica è complicata, c’è un’invasione di topi. Tutto questo ha un impatto importante, specie sulla popolazione infantile e femminile. Mancano le scuole e gli ospedali funzionanti, almeno parzialmente, sono una trentina. I medici parlano soprattutto di sostegno psicologico infantile. C’è poi il progetto di rimettere in piedi una scuola che possa portare avanti gli studi fino alla maturità.
«Siamo chiamati a vivere il Vangelo in questo momento storico, qui e ora. È la logica dell’Incarnazione. Ed è proprio ora che dobbiamo evangelizzare e testimoniare».
Eminenza, la comunità cristiana di Terrasanta cosa può insegnare alle nostre Chiese europee?
«Anzitutto è bene ricordare che i cristiani in Terrasanta sono minoranza. Questo non vuol dire essere meno incisivi, anzi per certi versi significa essere anche più liberi. Credo che il contesto in cui operano e vivono le Chiese dell’Europa stia, giocoforza, affrontando dei cambiamenti. Essere minoranza dentro ad una complessità di vita non vuol dire non dare una testimonianza significativa, ma comprendere come vivere la fede dove si è, incontrando le persone. Non dimentichiamoci che il Cristianesimo è anzitutto vita e stile di vivere prima di essere una religione».
In tal senso, i cristiani della Terrasanta vivono e custodiscono i luoghi santi legati all’esistenza terrena del Signore. Cosa significa?
«La fede cristiana è fede nell’Incarnazione del Verbo, custodire e visitare i luoghi di Gesù non è semplicemente legato ad una memoria storica, ma calare nel nostro presente la vita di Cristo, entrare sempre di più nel Vangelo, percepire e conoscere il mistero del Signore. C’è una immediatezza di rapporto che nasce dal conoscere questi luoghi. Il Cristianesimo non è una narrazione, il Cristianesimo è una Storia: andare in Terrasanta vuol dire entrare e vivere questa storia, entrare nel Mistero dell’Incarnazione».
Come sta accompagnando la sua comunità a vivere questo momento così delicato?
«Anche noi siamo chiamati ad annunciare e testimoniare il Vangelo in questo momento storico: ho dedicato una lettera pastorale al Patriarcato Latino proprio sul tema del vivere la fede oggi. Talvolta si potrebbe essere portati a pensare che nella situazione attuale non si possa far nulla, invece siamo chiamati a vivere il Vangelo qui ed ora. È appunto, come dicevamo, la logica dell’Incarnazione. Mi verrebbe da dire che è proprio ora che dobbiamo evangelizzare e testimoniare».
Qual è il giudizio che ha maturato sulle Chiese “dell’Occidente” dalla prospettiva del Medio Oriente?
«Come dicevo prima appunto, imparare a stare accanto alle persone e testimoniare il Vangelo anche se si è entrati in un cambiamento che implica sfide nuove e forse, in certi contesti, a essere minoranza; prendiamo esempio da Gesù che anzitutto ha toccato i lebbrosi, ha guarito i malati, ha liberato gli indemoniati. Prima di annunciare il Regno, il Signore ha incontrato le persone. Così anche noi oggi siamo tutti chiamati a curare le relazioni e dentro di queste annunciare il Vangelo. Credo che nell’Occidente attuale stia dominando l’individualismo e in certi contesti è presente anche molta solitudine. Su queste sfide la comunità cristiana può dire e fare molto».
Infine una battuta sul ruolo di Venezia come ponte fra Oriente e Occidente…
«Il futuro di Venezia è la sua storia. Certo non come Serenissima, ma come luogo di incontro e dialogo tra le culture, tra le confessioni cristiane e tra le religioni, come contesto culturale in cui, nel pieno rispetto della sua tradizione, costruire il futuro. Su questo Venezia ha molto da offrire al mondo».
«I bambini sono traumatizzati, c’è molto lavoro da fare. Anche la società israeliana lo è. Si percepisce che tutti – ha affermato il cardinale – si sentono minacciati nella loro sopravvivenza. Insomma, è presente un senso di sfiducia reciproco, dal punto di vista di entrambi i popoli». In riferimento alla Cisgiordania ha espresso questo pensiero: «È lì che si deciderà il futuro della situazione israelo-palestinese. Le aggressioni dei coloni sono continue e la situazione sta divenendo sempre più pesante anche a livello di vita quotidiana, con un tasso di violenza in costante crescita».