Fatti
Da pochi giorni non è più possibile miscelare l’olio di oliva vergine all’extravergine e indicare sull’etichetta “olio extravergine di oliva”. A prima vista, sembra un tecnicismo da superesperti, in realtà è un importante passo in avanti verso la corretta informazione ai consumatori: quanto occorre per difendersi dalle scelte sbagliate e dalle frodi alimentari. Il nuovo divieto arriva, tra l’altro, proprio quando sono stati resi noti i risultati dell’attività del servizio di repressione frodi nel 2025: dati che indicano chiaramente quanto sia importante essere ben informati.
Olio extravergine, dunque, che può essere solo extravergine. Secondo le nuove norme contenute in una circolare del ministero dell’agricoltura, l’olio ottenuto dalla miscelazione tra extravergine e vergine non potrà avere sull’etichetta la denominazione “Olio di oliva extravergine”. Indicazioni applaudite dai produttori e in particolare da Coldiretti e Unaprol che parlano di “passo importantissimo a cui ora dovrà seguire il rafforzamento del sistema dei controlli attraverso nuove metodologie analitiche, il potenziamento della rete dei laboratori e l’allineamento delle banche dati”. In una nota viene spiegato come la pratica della miscelazione, consentita sino ad oggi, permetteva di correggere i difetti di un olio vergine attraverso la miscelazione con una quota di extravergine, rispettando formalmente i parametri chimici previsti dalla normativa ma svuotando di significato le analisi sensoriali e inducendo il consumatore a ritenere extravergine un prodotto che non lo è realmente. Le nuove regole, tra l’altro, dovrebbero contribuire a risollevare il mercato del buon olio di oliva. I coltivatori fanno notare come “negli ultimi dodici mesi il prezzo dell’olio extravergine sia diminuito di circa il 50%, mentre i costi sostenuti dalle aziende sono aumentati di oltre 200 euro per ettaro”. Una dinamica che, viene spiegato, “riflette gli squilibri della filiera: l’Italia produce circa 234 milioni di litri di olio extravergine d’oliva, a fronte di consumi interni pari a 461 milioni di litri, esportazioni per 318 milioni e importazioni che raggiungono i 545 milioni di litri ogni anno”. E’ anche da qui che trovano spazio pratiche non certo limpide di trasformazione e commercializzazione.
Questione di corretta informazione, quindi, quella dell’olio ma anche di corrispondenza del contenuto alle etichette poste sulle confezioni. Regola importante alla quale, chiedono i produttori, deve accompagnarsi un incremento dei controlli. Che pur ci sono. Lo si capisce dal rapporto sull’attività dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) che, come ogni anno, dà conto di quanto fatto.
Nel 2025 – si legge nella relazione – sono stati condotti 54.913 controlli lungo tutta la filiera agroalimentare; di questi 10.837 sono stati controlli analitici e 367.039 le determinazioni analitiche eseguite su un totale di 55.314 prodotti. Particolare attenzione è stata posta (con oltre 6.400 controlli) agli alimenti commercializzati con le indicazioni geografiche (dop/igp), ma anche ai vini con oltre 11mila verifiche. Molte, le frodi rilevate e quindi le sanzioni inflitte. Il rapporto indica 5.559 contestazioni amministrative, 3.411 diffide emesse e 132 notizie di reato, 497 sequestri per un valore economico complessivo che ha superato i 47,8 milioni di euro.
La morale di tutto questo? L’accresciuta importanza dei controlli da un lato e della corretta e sempre più chiara informazione dall’altro. Essere posti nelle condizioni di acquistare quello che si porta in tavola con maggiore consapevolezza, è questione di civiltà ma anche di salubrità alimentare (oltre che di correttezza economica). Essere certi che dietro ad ogni prodotto alimentare c’è un sistema di verifiche e controlli che si fa ogni giorno più attento e sicuro per tutti noi, è un fatto importante, che pone l’Italia davvero ai primi posti nell’agroalimentare che è di qualità non solo perché “buono” ma anche per correttamente prodotto e trasformato.