Idee
Social media e minori. L’Unione europea si prepara a una “stretta” ritenuta indispensabile e annunciata da Ursula von der Leyen nei giorni scorsi. In buona sostanza, l’Unione vorrebbe limitare l’accesso dei bambini alle piattaforme social. Non un divieto secco come succede già in alcuni Paesi (pochi), ma di un sistema a livelli basato sull’età, pensato per introdurre restrizioni graduali man mano che i ragazzi crescono. La proposta formale arriverà dopo l’estate e von der Leyen ha anticipato che la presenterà nel suo discorso sullo stato dell’Unione a settembre.
Ora, la discussione su questo argomento è in corso da tempo e in particolare è passata attraverso proposte e disposizioni che riguardano la scuola, con le limitazioni all’uso degli smartphone. Qui però siamo di fronte a un salto di qualità, che ha come base uno studio redatto su incarico della presidente della Commissione europea. Lo studio ha coinvolto un gruppo speciale sulla sicurezza online dei minori e sulle possibili restrizioni di età per i social media. Sono stati coinvolti accademici, psicologi dello sviluppo, esperti di sicurezza digitale, rappresentanti dei giovani e dei genitori, autorità nazionali ed europee, con l’obiettivo di valutare rischi, opportunità e possibili misure legislative per proteggere i minori online.
Un aspetto molto interessante del report è relativo all’attenzione differenziata per fasce di età e momenti diversi dello sviluppo dei minori. Così, se l’obiettivo generale punta a vietare l’uso delle piattaforme ai minori di 13 anni, le distinzioni contano. Per i primissimi anni di vita (fino ai 3 anni), ad esempio, gli esperti chiedono di evitare l’esposizione agli schermi. Non un divieto assoluto, ma attenzione speciale all’uso dei dispositivi per calmare o tenere occupati i piccoli. E non manca il richiamo agli adulti per l’uso degli stessi schermi in presenza dei bambini.
Infanzia e preadolescenza (dai 3 ai 12 anni) è poi il tempo in cui i bambini iniziano a scoprire l’ambiente digitale. E qui la raccomandazione è stringente: l’accesso alla rete deve avvenire attraverso un uso strettamente supervisionato. I minori non dovrebbero mai utilizzare dispositivi connessi a internet da soli, ma navigare sempre guidati da adulti, genitori o educatori.
C’è poi la fase dell’adolescenza (dopo i 13 anni), in cui cresce la libertà dei minori, con l’uso dei social network come espressione di identità, ricerca di informazioni e integrazione col gruppo dei pari. Attenzione però al “picco” di vulnerabilità psicologica ed emotiva e le raccomandazioni si estendono alle piattaforme digitali che dovrebbero essere sicure fin dalla progettazione.
Il report, naturalmente, è complesso e ricco di annotazioni di carattere psicologico e pedagogico, non riassumibili qui. Tuttavia vale la pena di raccogliere una provocazione di fondo che riguarda gli adulti.
La sottolineatura che si può cogliere è anzitutto quella alla loro responsabilità e a questo proposito qualche dubbio viene: davvero gli adulti, i genitori di oggi, sono in grado di affrontare una sfida così grande? Perché non basta dichiarare i pericoli, ma occorre anche avere consapevolezza della fragilità del sistema educativo, delle famiglie. Senza essere per forza pessimisti, ma richiamando l’urgenza di sostegni e guide.
Di nuovo la scuola può svolgere un ruolo decisivo. Qui il tema educativo è sostenuto da competenze e responsabilità professionali, specifiche, seppure non manchino le criticità. Ma viene da pensare che proprio la scuola possa e debba avere un ruolo di guida in un processo sicuramente importante per il futuro delle generazioni più giovani.