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Lo definisce un «tempo interessante», quello che stiamo vivendo, Giuseppe Notarstefano, dal 2021 presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana: un tempo di grandi trasformazioni, talvolta anche violente, e rapidi mutamenti sociali e antropologici. Ce ne propone una lettura personale, dalla prospettiva di un’associazione, l’Ac, che si pone la sfida coraggiosa di abitare questo mondo e di viverlo a pieno, facendosi testimone, per gli uomini e per le donne di oggi, della presenza del Signore.
Presidente Notarstefano, quale sente che sia, oggi, la vocazione dell’Azione cattolica nel contesto sociale ed ecclesiale che abita?
«Quelli che stiamo attraversando sono anni interessanti, caratterizzati da grandi complessità: tanti riferimenti stanno mutando e non sempre la Chiesa si dimostra in grado di dialogare con la modernità. L’Ac, in questo, desidera però porsi in attento ascolto del mondo che abita, con l’obiettivo di riscoprire e rimettere al centro l’essenziale della vita cristiana, sottolineando il primato della vita spirituale e della formazione. È grazie a questi strumenti che ci possiamo educare ad abitare la complessità e le trasformazioni, anche scegliendo di essenzializzarci: una Chiesa e un’associazione più “leggere” si dimostrano infatti, a mio avviso, maggiormente in grado di affrontare i cambiamenti, riuscendo anche a tenere insieme le diversità (di età, professionali e territoriali), in una società che tende invece a frammentarsi e a polarizzarsi».
Negli ultimi anni la Chiesa in Italia, a vari livelli, ha sperimentato le gioie e le fatiche del cammino sinodale. In quale modo l’Ac ha preso parte a questi percorsi e come potrà continuare a dare il proprio contributo?
«L’aver scelto di percorrere strade sinodali ha significato, per le nostre Chiese, ascoltare il bisogno di conversione che sentivamo e riconoscerci consapevoli della necessità di metterci in cammino e in ascolto: due attitudini faticose, perché ci chiedono di fare spazio all’altro e di porci in discussione. L’Azione cattolica, accogliendo anche l’invito di papa Francesco, che l’aveva definita una “palestra di sinodalità”, ha
scelto di mettere al servizio della Chiesa la propria capacità di lavorare insieme (laici e presbiteri, giovani e adulti, persone di provenienze diverse), oltre a sottolineare l’importanza di porre l’esperienza di vita come punto di partenza per le nostre attività formative. La sfida, ora, è riuscire a tradurre questi percorsi sinodali in uno stile che continui a dare frutti nel tempo e che ci aiuti a leggere la concretezza della vita
con sguardo cristiano, permettendoci di aprirci al mondo e di allontanare la tentazione dell’autoreferenzialità».
La situazione globale negli ultimi anni si è fatta sempre più preoccupante a causa dei venti di guerra che soffiano su molte zone del mondo. Quale contributo possiamo dare, come cristiani, e quali modalità possiamo adottare per contribuire all’affermarsi di una cultura di pace?
«Uno dei dolori più grandi che questo tempo trascina con sé è la crescente e sempre più diffusa paura nei confronti dell’altro e del diverso, che ci porta ad atteggiamenti di demonizzazione e polarizzazione talvolta estremi. Credo invece che dovremmo riconoscere il valore delle dissonanze nei processi di crescita personali, comunitari e sociali. L’unità di cui la Chiesa desidera farsi testimone non comporta infatti un annullamento delle differenze, bensì uno stile armonico che sappia tenere insieme i vari carismi. Il conflitto non va dunque stigmatizzato, ma reso generativo, affinché possa impedire l’insorgere di contesti di guerra, negazione violenta del conflitto, come ci insegna papa Leone XIV».
L’Ac di Padova sta sperimentando, in questi anni, profondi cambiamenti e una generale riorganizzazione. Quale augurio desidera rivolgere ai suoi membri, anche con l’avvicinarsi del prossimo triennio associativo?
«Mi sento di esprimere innanzitutto un senso di profonda gratitudine per l’Ac di Padova: non solo una realtà associativa importante, ma soprattutto un vero laboratorio di pensiero, critico e creativo. Il mio augurio è che possa continuare a esserlo, cogliendo queste occasioni di cambiamento per promuovere uno stile che miri all’essenzializzazione e che sappia aiutare la comunità diocesana a spendersi nel territorio, per essere presente nella vita delle persone e prendersi cura delle relazioni».