Fatti
«Quando vedi una creatura di tre anni morta, ti chiedi il perché». Così Luca Cari, portavoce nazionale dei Vigili del Fuoco, cerca di far comprendere la difficoltà esistenziale che vive un soccorritore quando torna da una missione in un contesto critico, come quello di un sisma. Ebbene, da una situazione simile non sono passati molti giorni: Cari in Venezuela c’era, assieme ad altri quaranta colleghi, a prestare soccorso con le proprie competenze alla popolazione in ginocchio a causa del terremoto del 24 giugno. Il contingente italiano di soccorritori dei Vigili del Fuoco ha fatto ritorno in Italia il 1° luglio, dopo cinque lunghi giorni di lavoro fra le macerie. Quando si torna da una missione di questo tipo «bisogna fare i conti con il dolore, con la morte, e con certe morti…bisogna ricostruire il senso della vita».
I Vigili del Fuoco hanno dovuto far fronte, infatti, alla disperazione di un popolo che ha avuto la sola colpa di essere venezuelano. Si, perché la terra trema, e non guarda in faccia nessuno. «Le strade della zona a cui eravamo stati assegnati, La Guaira, erano ricolme di persone, a migliaia – racconta Luca – C’erano chilometri di palazzi crollati, i solai compattati l’uno sull’altro, ovvero il classico effetto pancake». Eppure in quella straziante confusione, fra le urla delle persone e i generatori con i loro motori, al suono della tromba tutto tace in modo “surreale”. Un urlo, in lingua locale, squarcia il silenzio: «Siamo i Vigili del Fuoco italiani, se qualcuno ci sente batta un colpo». Questa è la procedura che Luca racconta: un silenzio di tomba e una domanda che attende una risposta, che talvolta arriva, ma che talvolta spesso lascia sola la domanda a rimbombare per le strade ferite.
Uno dei momenti più intensi della missione è stato il recupero fra le macerie di quattro persone oramai morte. «Il primo di questi quattro corpi che abbiamo recuperato era una donna; non appena siamo riusciti ad estrarre il corpo, è arrivata la figlia che ha cominciato a urlare di dolore. Era evidente, anche prima del suo recupero, che la madre non avesse possibilità di vita, eppure la figlia ci ha creduto sino alla fine, come una forma di auto-protezione speranzosa». Altri due corpi invece appartenevano a una bambina di tre anni e a sua nonna. La nonna «stringeva la nipotina, in segno di protezione».
Chissà i nomi, le storie, gli sguardi, i sogni, e gli ultimi pensieri di queste persone. Si, perché i morti sono migliaia e migliaia, e i numeri in questi giorni sono stati sulla bocca di tutti; ma questa donna, la nonna e la sua nipotina sono solamente tre. Eppure, sono l’esperienza vissuta dei Vigili del Fuoco, una piccola parte della distruzione generale che però fa riflettere, soffrire, pensare. Quando si torna da un’esperienza come questa, dove la distruzione è fuori, si deve fare i conti con sé stessi e con la propria distruzione. Luca spiega che una volta tornati bisogna farsi forza, ritrovare un proprio equilibrio… bisogna «ricostruire il senso della vita». Queste parole di Cari ricordano la schiera di pensatori e poeti che dopo gli eventi dei campi di concentramento si trovarono a dover ridare un senso alle macerie, e chiedersi ancora una volta, per poter continuare a vivere, che cosa fosse l’arte, la poesia, Dio. Sì, il male e il dolore della vita tramortiscono, e rischiano di non lasciarci spazio nemmeno per boccheggiare, e sopravvivere. Questo certamente è un aspetto del lavoro dei Vigili del Fuoco; c’è, però, un lato felice e speranzoso, quello della felicità e della soddisfazione per aver recuperato una persona e per averla riconsegnata ai suoi cari.
«Il lavoro del Vigile del Fuoco è questo: c’è un lato duramente ferito, ma c’è anche il lato gioioso, e ci portiamo dentro tutto» spiegò Luca Cari a papa Francesco quando, nel 2016, lo accompagnò a far visita alle zone colpite dal sisma di Amatrice. Il lavoro di questi uomini e donne può esserci certamente da esempio: tramortiti dalla vita e dalle macerie intorno a noi, lavorano insieme per ricostruire il senso della vita, in un tempo ferito come quello attuale.
La presidenza della Conferenza episcopale italiana ha deciso di indire attraverso Caritas Italiana una colletta nazionale domenica 26 luglio. «È un modo concreto per mostrare solidarietà a chi ha perso tutto, piange i propri cari, è sfollato, ferito o vive in condizioni di grande precarietà. Un momento per esprimere, nella preghiera comune, la nostra vicinanza», sottolinea il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei. «Le vostre offerte saranno raccolte dalla nostra Caritas diocesana – scrive il vescovo Claudio alle comunità della Diocesi di Padova – che, attraverso Caritas Italiana, le farà arrivare a destinazione». Il vescovo ha sottolineato l’importanza di questo «gesto concreto di solidarietà per questo popolo così duramente colpito», ringraziando fin da subito «per la testimonianza di Chiesa sensibile e attenta al prossimo, ovunque esso sia». L’Iban per le donazioni è: IT58 H050 1812 1010 0001 1004 009, causale “Emergenza Venezuela”, presso Banca Etica filiale di Padova.