Fatti
In questo periodo, come spesso purtroppo accade in questo periodo dell’anno, si registrano centinaia di incendi nelle regioni del Mezzogiorno. Dalla Calabria alla Sicilia, dalla Puglia alla Campania, le fiamme continuano a divorare boschi, uliveti, macchia mediterranea e aree protette, trasformando interi paesaggi in cenere. Ma quali sono oggi le principali cause? Il Sir lo ha chiesto a Fabio Borrello, vicepresidente di Coldiretti Calabria, che sottolinea come “la prevenzione degli incendi passa anzitutto dalla presenza dell’uomo e dalla gestione quotidiana del territorio”. Da una parte l’abbandono delle campagne favorisce vegetazione secca, dall’altra l’incuria e l’erosione. Questa la condizione del territorio “cui si unisce -prosegue – il ritrovamento di inneschi ritardati a conferma di come, accanto alle condizioni climatiche che favoriscono la propagazione delle fiamme, vi sia a volte anche una preoccupante matrice dolosa”.
Negli ultimi cinquant’anni in Italia sono scomparsi 2,4 milioni di ettari di prati permanenti e pascoli, con inevitabili conseguenze sulla tenuta idrogeologica, sull’allevamento e sulla biodiversità. Dove operano imprese agricole vere, gli agricoltori garantiscono presidio. “Col loro lavoro – sottolinea Borrello – mantengono puliti e produttivi i terreni, curano le colture, regolano le acque, controllano tempestivamente eventuali situazioni di pericolo e contribuiscono a tutelare soprattutto le aree interne”. Per questo Coldiretti sostiene che gli aiuti debbano “premiare chi esercita realmente e professionalmente questa attività”.
La riduzione del rischio incendi “richiede – sostiene Borrello – una gestione attiva del territorio e un coordinamento stabile tra tutti i soggetti coinvolti. Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Calabria Verde, Consorzi di bonifica, enti locali e imprese agricole devono operare in sinergia, valorizzando la capacità degli agricoltori di assicurare manutenzione e presidio quotidiano”. È necessario quindi Un’azione comune sul territorio che deve andare oltre “la sola gestione dell’emergenza e costruire una vera filiera regionale del legno”. L’utilizzo delle risorse forestali è oggi concentrato sulle biomasse, mentre sarebbe necessario sviluppare filiere certificate del legname da opera. Una filiera ancora poco strutturata e non sufficientemente remunerativa, ma che potrebbe trasformare la gestione del bosco in un’opportunità economica e occupazionale, contribuendo alla prevenzione di incendi e dissesto e offrendo nuove prospettive ai giovani nelle aree interne. Le comunità colpite poi vivono una situazione “drammatica”. Ai danni legati agli effetti ambientali si aggiungono quelli, gravissimi, per famiglie e imprese agricole. Dalla perdita di bestiame alla distruzione di colture, terreni, strutture e mezzi spesso in aree considerate di “straordinario valore naturalistico e paesaggistico”. Le aziende, già provate dall’aumento dei costi, rischiano così di non avere più la forza economica per ripartire. “Servono quindi – spiega Borrello – ricognizioni tempestive dei danni, ristori rapidi e adeguati, insieme a fondi e incentivi specifici per ricostruire le strutture, ripristinare il potenziale produttivo e consentire a chi ha perso animali e mezzi di riprendere l’attività. Non bastano interventi legati alla sola emergenza: a ristori rapidi e misure adeguate è necessario unire una programmazione di lungo periodo”.
Sui recenti incendi che hanno ferito il sud del Paese sono intervenuti anche alcuni presuli. Mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano All’Ionio, con una lettere dal titolo “Il Pollino brucia, e con lui la nostra coscienza”. “Il fuoco che vediamo sui monti – scrive Savino – è spesso lo specchio di un fuoco più silenzioso e più antico, che cova da anni sotto la cenere della nostra indifferenza sociale”.
“Lacrime salgono dalla nostra terra – ha detto mons. Stefano Rega, vescovo di San Marco Argentano-Scalea -. Lacrime di chi ha visto il fuoco avvicinarsi alle case e di chi ha visto una collina diventare cenere. Lacrime di chi combatte il fuoco mentre altri, con irresponsabilità o con malvagità, lo provocano”. I roghi non sono una fatalità ma “una responsabilità collettiva” perché “non solo feriscono l’ambiente, le comunità, ma mettono in luce l’abbandono dei territori richiamando l’urgenza di tutelare la terra e promuoverne la rinascita”.