Chiesa
Non contrapporsi al mondo, ma imparare a riconoscervi i segni della presenza di Dio. È questa la prospettiva che ha guidato la Scuola nazionale per formatori all’evangelizzazione e alla catechesi, svoltasi ad Asolo dal 12 al 19 luglio, chiamando catechisti e formatori da tutta Italia – anche dalla Diocesi di Padova – a confrontarsi con una domanda decisiva per la Chiesa di oggi: come annunciare il Vangelo in una società che cambia? Che cosa significa essere evangelizzatori in un tempo segnato dalla secolarizzazione, dall’iperconnessione e da profondi cambiamenti culturali? La risposta proposta dalla Scuola nazionale non è passata anzitutto attraverso nuove strategie pastorali, ma attraverso una conversione dello sguardo.
Il filo conduttore della settimana, significativamente intitolata “«”Annunciatori oltre ciò che appare”»”, è stato racchiuso nelle parole del prologo del Vangelo di Giovanni: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Un versetto che non richiama soltanto il mistero dell’Incarnazione, ma suggerisce anche uno stile di presenza nel mondo. Dio non salva l’umanità da lontano: sceglie di abitarla. Entra nella storia, assume la fragilità della condizione umana e condivide fino in fondo la vita degli uomini.
Da questa certezza nasce anche una diversa comprensione del mondo. Nel Vangelo, infatti, il “mondo” è una realtà ambivalente: può indicare ciò che si oppone a Dio, ma è anche ciò che il Padre ama al punto da donare il proprio Figlio. Tenere insieme queste due dimensioni significa evitare sia l’ingenuità sia la contrapposizione. Significa riconoscere che il mondo, pur segnato dalle sue contraddizioni, resta il luogo nel quale Dio continua a operare.
È questa la prospettiva che il Concilio Vaticano II ha consegnato alla Chiesa e che la settimana di Asolo ha riproposto con forza. Non si tratta di adattare il Vangelo allo spirito del tempo, ma di riconoscere che il Figlio di Dio ha già scelto il mondo come sua dimora. L’evangelizzazione, allora, non consiste nel portare Dio dove sarebbe assente, bensì nel riconoscere, illuminare e accompagnare la sua presenza già all’opera nella storia.
Essere annunciatori oltre ciò che appare significa imparare a guardare con gli occhi di Cristo. Andare oltre le statistiche che raccontano soltanto il calo della pratica religiosa, oltre il pessimismo che legge ogni cambiamento come una sconfitta, oltre la nostalgia di un passato che non ritorna. Significa allenarsi a riconoscere i semi del Regno già presenti nelle persone, nelle relazioni, nelle domande di senso, nella ricerca di giustizia, nella solidarietà spesso silenziosa che attraversa il nostro tempo. Questa prospettiva interpella profondamente anche la formazione dei catechisti. La Chiesa non ha bisogno soltanto di persone preparate nei contenuti della fede o capaci di organizzare attività, ma di uomini e donne educati a uno sguardo contemplativo, capaci di leggere la realtà con gli stessi sentimenti di Cristo. È una formazione che non trasmette semplicemente nozioni, ma plasma uno stile di presenza.
L’intera settimana di Asolo ha cercato di incarnare questo metodo, alternando relazioni, laboratori, confronto e vita fraterna. Più che un corso di aggiornamento, un laboratorio ecclesiale nel quale la riflessione si è continuamente intrecciata con l’esperienza. Tra i momenti più significativi vi è stato l’incontro con il vicedirettore di Avvenire, Marco Ferrando , che ha offerto una riflessione sul rapporto tra informazione, discernimento e responsabilità educativa, permettendo ai partecipanti di assistere anche a una riunione della redazione del quotidiano. «All’inizio mi sono chiesta che cosa potesse dire un giornale alla catechesi – racconta Adriana Scapin, catechista della Diocesi di Vicenza – La risposta l’ho trovata osservando uno stile editoriale che desidera rimanere vicino ai lettori non per rincorrere il consenso, ma per offrire una narrazione affidabile e rispettosa della complessità della realtà».
Una riflessione condivisa anche da Giovanni Padograsi, catechista della Diocesi di Albano: «Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e delle fake news è stato bello vedere una redazione nella quale uomini e donne si ritrovano più volte al giorno per leggere, discernere e verificare le notizie prima di pubblicarle. È un metodo che parla anche alla catechesi.» Anche Daniela Vinazza, catechista istituita della Diocesi di Roma, sottolinea come gli interventi di Ferrando, del vescovo di Belluno-Feltre, mons. Renato Marangoni, e dell’équipe formativa abbiano mostrato «quanto sia importante non separare mai l’annuncio dalla vita». Nei laboratori, aggiunge, «abbiamo imparato a metterci in discussione attraverso le nostre fragilità e i nostri pregiudizi, sperimentando l’amore di Dio per diventare annunciatori più autentici».
Dalle parole dei partecipanti emerge una convinzione condivisa: l’evangelizzazione nasce anzitutto da una Chiesa che sa ascoltare. Lo esprime con particolare intensità Svitlana Prokopchuk, segretaria dell’Ufficio Catechistico e coordinatrice dei corsi dell’Esarcato Apostolico per i fedeli cattolici ucraini di rito bizantino residenti in Italia: «Le mie radici vengono dal mondo. Il mio cuore è nel mondo. La mia missione è per il mondo». E aggiunge: «In questi giorni abbiamo sperimentato cosa significa essere una sola famiglia pur provenendo da realtà molto diverse. Ci unisce la consapevolezza che il nostro servizio non consiste soltanto nel trasmettere contenuti, ma nel testimoniare l’amore di Dio».
Al termine della settimana nessuno è ripartito semplicemente con nuove competenze. Piuttosto con una domanda destinata ad accompagnare il cammino delle comunità cristiane: come abitare il mondo con gli stessi sentimenti di Cristo Gesù? Una risposta è risuonata anche nelle parole del teologo Pierangelo Sequeri, richiamate durante il percorso: la Chiesa è chiamata a tornare a essere «la Chiesa dell’amore del prossimo», una Chiesa capace di lasciarsi commuovere dall’umano che ci accomuna. Forse è proprio questa l’eredità più preziosa della settimana di Asolo. In un tempo che invita spesso a contrapporre fede e mondo, la via dell’Incarnazione continua a indicare un’altra direzione. Dio ci precede sempre. Per questo il primo compito dell’evangelizzatore non è conquistare il mondo, ma imparare a riconoscere, con umiltà e stupore, i segni della sua presenza nella storia degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Équipe Scuola nazionale per formatori all’evangelizzazione e alla catechesi