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“La tecnologia deve servire l’essere umano, non sminuirne la dignità”. Parte da qui mons. Oscar Cantú, vescovo di San José, nel cuore della Silicon Valley, chiamato a guidare la task force per la tutela della dignità umana nell’era dell’intelligenza artificiale, istituita il 16 settembre dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti dopo l’appello di Leone XIV nella Magnifica humanitas. Dialogare con le aziende senza avallarne i prodotti, esigere tutele per gli utenti, applicare le stesse regole in casa propria.
Eccellenza, la dichiarazione dei vescovi evoca pericoli “reali e presenti”. Perché passare all’azione ora?
Gli stessi creatori delle intelligenze artificiali più potenti li hanno riconosciuti di recente in dichiarazioni pubbliche. Oltre alle minacce per la sopravvivenza del genere umano ve ne sono altre gravissime: la produzione e l’impiego di armi biologiche, il blocco dei sistemi finanziari globali, le violazioni della privacy, i disordini sociali provocati da deepfake diffusi con intenti malevoli sui social media. È stato il Santo Padre, con la Magnifica humanitas, a chiederci di agire e a indicarne con chiarezza l’urgenza.
Occorre dialogare con i vertici dell’industria tecnologica, con i cittadini e con i legislatori, promuovere la formazione e far conoscere il messaggio dell’enciclica, sostenere infine una regolamentazione che tuteli l’umanità e la società nel suo insieme.
Volete contribuire al “fondamento morale dei modelli di IA”. In concreto, come si declina?
Molto semplicemente: la tecnologia deve servire l’essere umano, non sminuirne la dignità. Per contrastare i danni causati da immagini e video deepfake, per esempio, gli sviluppatori stanno inserendo una filigrana digitale che consente agli investigatori di stabilire se un contenuto sia stato generato dall’IA. È un criterio etico tradotto in soluzione tecnica. Alcuni progettisti mi hanno descritto anche sistemi che impediscono di “spogliare” una persona o di raffigurarla nuda, a tutela delle potenziali vittime.
La Chiesa non intende imporre all’innovazione una visione specificamente religiosa o cristiana, ma proporre un’antropologia che custodisca l’uomo, protegga gli emarginati e salvaguardi il bene comune.
Il dialogo con le grandi imprese del digitale è al centro dell’iniziativa. A che punto siete?
Può rivelarsi complesso, ma va portato avanti per il bene dell’umanità. Il Vaticano ha aperto la strada con i Minerva Dialogues, in corso da dieci anni. Finora i miei incontri con i responsabili del settore sono stati rispettosi e, al tempo stesso, diretti: mi sembra che abbiano apprezzato la franchezza con cui abbiamo posto le questioni di sicurezza.
Chi controllerà che gli impegni vengano rispettati?
Non credo sia compito specifico della Chiesa, ma delle autorità pubbliche, che prima o poi dovranno intervenire con una regolamentazione. Pesa anche la voce dei cittadini, perché le aziende sono sensibili all’opinione pubblica: per questo è importante informare adeguatamente le persone sui rischi di questa tecnologia.
Come salvaguardare l’indipendenza della Chiesa, e la sua libertà di critica, senza che il dialogo venga scambiato per una sponsorizzazione?
Papa Leone ci ha già indicato la via con la Magnifica humanitas. È in gioco l’umanità stessa e i pastori sono chiamati a proteggere il gregge, anzi l’intera famiglia umana.
Cerchiamo di incontrare il maggior numero possibile di interlocutori, per non legarci a nessuna impresa o prodotto. Non diamo il nostro avallo alle aziende né ai loro prodotti:
richiamiamo i principi morali che tutelano la dignità della persona e il bene comune.
Quando un adolescente cerca affetto in un chatbot, che responsabilità ha chi costruisce questi strumenti?
Il rischio che chi li usa arrivi a farsi del male preoccupa profondamente la Chiesa. Purtroppo, abbiamo già assistito a tragedie di questo tipo.
Gli sviluppatori devono integrare protezioni che impediscano a questi programmi di incoraggiare gli utenti a nuocere a sé stessi o agli altri.
Alcuni di quelli con cui ho parlato le hanno già introdotte: è necessario che le adottino tutti, e spetta ai legislatori regolamentarle.
Come interpella la comunità cristiana un giovane che si confida più facilmente con una macchina?
La Chiesa, soprattutto attraverso la pastorale giovanile, ha già inserito la salute mentale nei propri percorsi, incoraggiando i ragazzi a chiedere aiuto quando si sentono soli, depressi o in ansia. Se ne è parlato in tutti i recenti incontri con i giovani ai quali ho partecipato, ed è giusto così.
La Chiesa è pronta ad applicare a sé stessa i criteri che propone al mondo tecnologico?
Sì. Le diocesi hanno già iniziato a dotarsi di regole e linee guida per un impiego etico e responsabile dell’intelligenza artificiale.
La tecnologia corre veloce e stiamo cercando di recuperare terreno, ma è indispensabile farlo, perché le persone la usano già.
Quale contributo offrirà concretamente la task force?
Studierà le buone pratiche delle diverse diocesi per mettere a disposizione dei vescovi e delle Chiese locali strumenti per un utilizzo sicuro e consapevole dell’IA. C’è molto lavoro da fare.
Che cosa vi sostiene in questa sfida?
Mentre ci adoperiamo per proteggere l’umanità, affidiamo questo impegno nelle mani di Dio e chiediamo allo Spirito Santo di aprire i cuori e le menti, perché si faccia ciò che è giusto per la dignità umana e il bene comune.