Chiesa
Alcuni bambini che si preparavano a ricevere la Prima Comunione, a conclusione del ritiro, furono invitati a rimanere in silenzio per qualche minuto. Dopo una breve pausa, fu chiesto ai piccoli di condividere che cosa avevano sperimentato durante il silenzio. Un bambino rispose che aveva ascoltato con sorpresa il cinguettio degli uccelli, un altro che aveva provato qualcosa al petto che non sapeva definire.
Ci troviamo di fronte ad un’esperienza profondamente umana che ci narra che ogni persona ha in sé un livello dove il silenzio attende spazio e tempo, per donare ragione di esistere all’essere vivente, dove tacciono le voci non solo esterne, ma soprattutto quelle interne, dove l’individuo si svuota di tutto e si scopre persona connessa non solo con la profondità della sua esistenza, dove c’è Dio, ma anche con tutte le creature.
È nel silenzio abitato dal senso della propria vita che ognuno sceglie di non sentirsi orgoglioso per quello che pensa, che sente o che compie, che non affossa la vita degli altri con le parole, con i giudizi, con le provocazioni, né si sente superiore ad essi evidenziando anche le loro negatività.
Nel cammino di ricerca ognuno diviene consapevole che ha ricevuto da Dio una tessera del mosaico della creazione, per costruire insieme con gli altri il bene dell’umanità, mettendo in moto tutte le energie, per individuare costantemente i canali che favoriscono il dialogo, l’accoglienza.
Stiamo cercando e impegnando tutte le risorse per aprire processi di collaborazione e di comunione o rimaniamo intransigenti, fermi sulle nostre posizioni, attendendo spesso con rabbia il cambiamento degli altri?
La consapevolezza di sé non porta allo scontro, ma al dialogo, per cercare sentieri di ascolto in vista del bene comune. Non è la propria idea individuale che “deve vincere”, ma la ricerca di ciò che ogni tessera personale concorre a realizzare la bellezza della vita, per vivere umanamente, incarnando il Vangelo: “Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio” (Magnifica Humanitas 7).
Essere consapevoli di sé è ammirare nel qui e ora ciò che già si conosce, rimanendo aperti alla novità che ci riserva il confine, oltre il quale c’è un mondo da scoprire che non sempre si conosce. Nessuno è esaustivo in sé: altri, nella diversità, possono aiutarci a continuare a cercare e a contemplare.
Quando si cura la dimensione contemplativa della vita, si rimane sempre aperti alla sorpresa di Dio e degli altri, infatti si riesce a vedere la realtà così com’è, senza aggiunte, e si coglie la presenza del Signore ovunque, senza lasciarsi attrarre o bloccare dai propri pensieri di difesa o di offesa. L’altro non è un nemico da cui difendersi per salvaguardare le proprie ragioni, ma un mondo da scoprire che spesso aiuta a cogliere ciò che non si riesce a riconoscere da soli.
L’atteggiamento verso gli altri cambia quando si vive ogni istante alla presenza del Signore. Significativa a questo proposito è la vita di Francesco di Assisi. Tommaso da Celano scrive nelle Fonti Francescane: “Lo sanno molto bene i frati che vissero con lui come ogni giorno, anzi ogni momento, affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Gesù; con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con lui. La bocca parlava dalla pienezza del cuore, e quella sorgente di illuminato amore, che lo riempiva dentro, traboccava anche di fuori” (FF 522). Solo se si ritorna alla fonte della vita si può scegliere di cambiare costantemente direzione per vivere ovunque secondo l’amore di Dio.
Fermarsi e contemplare l’alba e il tramonto, il mare o le montagne, scorgere il volto di un bimbo che teneramente è stretto tra le braccia della mamma, notare la delicatezza con cui si avvicinano alcuni a chi ha particolarmente bisogno, vivere le relazioni nel rispetto e nella gratuità, scegliere il dialogo, anche pagando di persona, aborrendo la violenza come strumento di prevaricazione, guardare con stupore la bellezza dei fiori, intenerirsi per la cura degli animali verso i loro piccoli, provare dolore al cuore per tutte le persone che nel mondo muoiono di fame, sentire sulla pelle la sofferenza degli altri, coltivare la pace in ogni ambiente e poi meditare la Parola di Dio, vivere come Gesù ci ha insegnato, è divenire nel quotidiano collaboratori del Signore, testimoniando il suo amore senza fine.
Tutti abbiamo bisogno di ritornare alla radice della nostra umanità donata da Dio e custodirla. Come possiamo convertire costantemente il nostro cammino verso il bene?