Fatti
La recente decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha disposto la sospensione dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro novanta giorni subordinando un’eventuale ripresa delle attività alla completa bonifica dell’amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili, rappresenta un passaggio destinato a segnare la lunga vicenda dello stabilimento siderurgico. Una pronuncia che arriva mentre il Governo ha stanziato ulteriori 100 milioni di euro per sostenere l’amministrazione straordinaria e mentre il gruppo Jindal ha confermato il proprio interesse all’acquisizione degli impianti, chiedendo però un nuovo quadro giuridico e industriale dopo la sentenza. Per don Antonio Panico, vicario episcopale della diocesi di Taranto per la Pastorale sociale, il lavoro, la giustizia e la custodia del creato, oltre che docente universitario e profondo conoscitore della vicenda dell’ex Ilva, gli ultimi sviluppi giudiziari rappresentano “un elemento di novità che forse, finalmente, restituisce un po’ di giustizia ai lavoratori e ai cittadini di Taranto”.
“Più o meno in concomitanza con gli esiti del procedimento di Milano – osserva Panico – l’Asl di Taranto ha presentato ai sindaci della provincia dati che confermano una situazione sanitaria estremamente preoccupante”.
Il riferimento è alla presentazione dell’aggiornamento epidemiologico relativo al Sito di Interesse Nazionale di Taranto, comprendente Taranto, Statte, Massafra, Crispiano e Montemesola.
“Nel documento dell’Asl – spiega – si parla chiaramente di eccessi statisticamente significativi di mortalità, ospedalizzazione e incidenza oncologica per tumore del polmone, malattie dell’apparato respiratorio e del sistema circolatorio. Non sono stati diffusi tutti i numeri, ma il quadro è inequivocabile”.
Particolarmente significativo, secondo Panico, è il dato relativo alla mortalità infantile.
“Se la media nazionale è pari a 2,5 bambini ogni mille nati, nel territorio di Taranto si arriva a 3,7. È un dato che interpella tutti e che non può essere ignorato”.
Secondo Panico, la riduzione della produzione degli ultimi mesi non ha comportato una diminuzione proporzionale dell’impatto ambientale.
“Chi vive a Taranto continua a percepire gli effetti di uno stabilimento profondamente obsoleto. Basta osservare il grande piazzale lungo la Statale 106, dove un tempo erano accatastati tubi, coils e prodotti destinati all’imbarco: oggi è praticamente vuoto. Questo significa che la produzione è ridotta al minimo. Tuttavia, gli impianti continuano a rappresentare una fonte di rischio”. Una valutazione che, sottolinea Panico, trova oggi un riscontro anche nella pronuncia della Corte d’Appello. “La sentenza parla esplicitamente della presenza di amianto e della dispersione di polveri sottili, riconoscendo il progressivo deterioramento degli impianti e il permanere del pericolo per la salute pubblica. È un’affermazione di enorme rilievo”.
L’analisi del vicario episcopale si estende quindi al piano politico.
“Questa vicenda dimostra il fallimento della capacità decisionale della politica. Da oltre quattordici anni si susseguono esclusivamente decreti salva Ilva. Non è mai esistito un vero decreto salva Taranto”.
Panico evita di attribuire responsabilità esclusivamente all’attuale esecutivo. “Non è una critica rivolta soltanto al Governo di oggi. Tutti i governi che si sono succeduti hanno rinviato le decisioni senza costruire un’alternativa credibile. Il risultato è che continuiamo a intervenire con misure tampone, mentre manca completamente un progetto di riconversione del territorio”.
Sul piano industriale il quadro economico appare altrettanto critico.
“Le perdite dello stabilimento vengono ormai quantificate tra gli 80 e i 100 milioni di euro al mese. Continuare a immettere nuove risorse pubbliche senza modificare radicalmente il modello produttivo significa soltanto rinviare il problema”.
Per Panico, il futuro dell’acciaio non coincide necessariamente con la difesa dell’attuale sistema produttivo.
“I tarantini non sono contro la siderurgia. Sono contro una siderurgia che continua a funzionare con impianti progettati negli anni Sessanta. È una tecnologia ormai superata. Lo dimostrano anche gli incidenti avvenuti dopo il rifacimento dell’altoforno, culminati con il grave incendio che ha messo a rischio la vita dei lavoratori. Continuare a mettere toppe su un impianto vecchio non può essere una strategia industriale”.
Il sacerdote richiama anche una questione di equità nazionale.
“Dispiace sentire affermare che senza l’area a caldo di Taranto morirebbe anche Genova. La realtà è che Genova ha scelto di non mantenere determinate lavorazioni già decenni fa, mentre Taranto continua a sopportarne il peso sanitario e ambientale. È una questione di giustizia prima ancora che industriale”.
La riflessione si inserisce nel percorso della dottrina sociale della Chiesa.
“Noi continuiamo a parlare di lavoro degno, sicuro e sostenibile. Lo abbiamo fatto durante la Settimana Sociale dei Cattolici Italiani e continuiamo a ribadirlo qui a Taranto. Il diritto al lavoro non può mai essere separato dal diritto alla salute”.
Da undici anni inoltre, ricorda, la diocesi promuove un concorso di educazione ambientale rivolto alle scuole.
“Lavorare con i giovani significa costruire una diversa coscienza civica. I ragazzi producono riflessioni straordinarie e dimostrano una sensibilità che spesso manca nel dibattito politico”.
Infine, il tema del futuro economico della città.
“Taranto ha perso decine di migliaia di abitanti. Oggi conta circa 181 mila residenti contro i 243 mila del passato. È evidente che serva una nuova strategia di sviluppo. Il turismo rappresenta una possibilità, così come l’economia del mare, la cantieristica navale e nuove attività produttive. Ma tutto questo richiede una programmazione seria”.
La conclusione è netta.
“La politica deve finalmente aiutare Taranto a scegliere il proprio futuro. Per questo continuo a dire che non basta un decreto salva Ilva. Serve, finalmente, un vero decreto salva Taranto”.