Idee
Si è aperta ieri all’Aquila la Perdonanza Celestiniana istituita nel 1294 da Papa Celestino V con la celebre Bolla del Perdono. Da ieri, come ogni anno, migliaia di pellegrini attraversano la soglia della Basilica di Santa Maria di Collemaggio – fino al 30 agosto – per ricevere l’indulgenza plenaria: un gesto semplice, ma radicale, che affonda le radici nella visione spirituale di Celestino, convinto che la riconciliazione sia una via concreta di rinascita personale e comunitaria.
In questo clima in cui viene richiamato il tema della misericordia e della pace il tema del perdono assume una forza particolare. Non come concetto astratto, ma come esperienza umana che tocca le relazioni, le ferite, le possibilità di futuro. Ne abbiamo parlato con la professoressa Federica Bergamino, docente di Antropologia e Letteratura alla Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce.
Professoressa, qual è, a suo avviso, il significato autentico del perdono nella vita umana e spirituale?
Il perdono è la postura della persona di fronte al male. Non un male generico. Non il male nel mondo. Ma il male che è stato inferto a noi. Il male che ci ha toccato in carne viva. Il male poi tende a generare una reazione a catena: risentimento, desiderio di vendetta, o un senso di paralisi che blocca chi lo subisce e può generare un atteggiamento passivo nella vittima. Scegliere una postura significa riprendere un ruolo attivo: non posso decidere se subire il male, ma posso decidere come posizionarmi di fronte ad esso. Perdonare è innanzitutto una scelta. La scelta di abbandonare il risentimento, di superare la sofferenza che ci affligge, e smettere di identificare chi ci ha fatto del male con l’offesa e guardarlo con occhi nuovi, considerarlo di nuovo come persona. Richiede quindi un cambiamento di sguardo: distinguere la persona dal suo errore. Non significa cancellare il passato o minimizzarlo ma guardare l’altro come capace di errore, fragile, e tuttavia restituirgli il futuro di un’altra possibilità di bontà.
In che modo il perdono può essere considerato una forma di cura interiore che libera e trasforma chi lo dona?
Quando non si perdona il colpevole con l’offesa resta affettivamente dentro la vittima. Il risentimento, l’odio e il rancore verso di lui logorano internamente chi ha subìto l’offesa. Paradossalmente quindi chi non perdona, colpendo anche solo interiormente l’offensore, sta attaccando se stesso nell’altro che sta dentro di noi. È come prigioniero di se stesso. Il perdono ottiene invece una liberazione da questi sentimenti che procurano sofferenza alla vittima. La trasformazione è prima di tutto affettiva. Si cambia lo sguardo e di conseguenza cambiano i sentimenti che si trasformano in sentimenti di benevolenza e compassione.
Quali effetti produce il perdono nelle relazioni: per chi lo concede, per chi lo riceve e per la comunità?
Il perdono blocca la spirale della violenza e può generare fiducia, soprattutto quando la parte colpevole è pentita e disposta ad accogliere il perdono. In questo caso può addirittura rafforzare una relazione perché, se il perdono è genuino, chi è perdonato avrà molta gratitudine verso colui che perdona. In una comunità o società perdonare è essenziale per vivere insieme in modo autentico. Perdonare presuppone vedere i limiti degli altri ma anche superarli insieme e creare alleanze. Tutti siamo imperfetti e sbagliamo. Il non perdono porta alla violenza e all’autodistruzione. Una società senza perdono è senza futuro.
Perché possiamo definire il perdono un dono gratuito e non un atto dovuto? Che cosa rivela della libertà umana?
Il perdono è un dono innanzitutto per chi perdona. Questo è un dato di esperienza confermato da tante storie di perdono. Anche se nel processo che porta al perdono la scelta di perdonare è essenziale, come si diceva prima, il perdono tuttavia non dipende solo dalla decisione di perdonare. Per perdonare abbiamo bisogno dell’aiuto di un altro. Perdonare implica vedere nell’altro una bontà che l’offesa ci offusca. Per avere quello sguardo abbiamo bisogno di un terzo che lo offra a noi. Il perdono è un dono non solo per chi lo riceve ma anche per chi lo offre. Rivela la nostra natura creaturale e di dipendenza strutturale dagli altri e dall’Altro. Se infatti da un lato per perdonare dobbiamo fare una scelta, e quindi è implicata la nostra libertà, dall’altro non è completamente sotto il nostro controllo farlo. Abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri, dell’Altro. Per perdonare un’offesa bisogna avere un’altra fonte di amore. Il perdono richiede sempre un terzo. E se è vero che nessuno di noi “merita” di essere perdonato, è anche vero che tutti siamo chiamati a perdonare perché tutti siamo imperfetti e bisognosi di perdono.