Fatti
E’ certamente una delle vendemmie più complesse degli ultimi anni quella che il mondo vitivinicolo italiano sta attraversando: anticipata di alcune settimane per il caldo, a rischio per il maltempo in alcune aree, dall’orizzonte più che incerto a causa del mercato oltre che per il clima. Così, uno dei comparti agroalimentari italiani più importanti deve confrontarsi con più problemi contemporaneamente, alcuni dei quali completamente senza controllo.
La raccolta dell’uva da vino è iniziata in alcune zone dello Stivale quasi nei primi giorni di agosto, molto prima del tempo consueto. Colpa del clima troppo caldo che ha portato le uve a maturazione precocemente. Forti piogge e grandine in altre aree ha poi determinato un taglio netto del raccolto. Se c’è una parola in grado di sintetizzare la situazione, questa può essere “incertezza”. Una condizione talmente pervasiva da aver fatto decidere all’Unione italiana vini (Uiv) e ad Assoenologi di non fornire previsioni su come andrà a finire la vendemmia 2026. Il tema sul quale però stanno ragionando i tecnici del settore non è tanto quello di come andrà questa vendemmia, ma della condizione in cui versa la vitivinicoltura in generale. A parlar chiaro, d’altra parte, era stato già qualche settimana fa il presidente di Uiv, Lamberto Frescobaldi. “Visto il calo dei consumi a livello globale – aveva affermato Frescobaldi – serve stringere le maglie produttive. Non possiamo più permetterci di inondare la Cantina Italia con vendemmie da 50 milioni di ettolitri, che rappresentano la media produttiva degli ultimi 25 anni”. E poi ancora: “I problemi c’erano anche prima, ma siamo stati ‘salvati’ da due vendemmie eccezionalmente contenute rispetto alle medie; ora serve un bagno di umiltà, produrre 7-8 milioni di ettolitri in meno per mantenere il timone di uno degli asset italiani più remunerativi della nostra bilancia commerciale”. Secondo le stime dell’Osservatorio Uiv, una vendemmia da 50 milioni di ettolitri in carenza di domanda determinerebbe un quantitativo in cantina al prossimo ottobre da circa 90 milioni di ettolitri, l’equivalente di quasi due raccolti. Perché, sempre stando a Uiv, il problema vero è la quantità di vino che è già nelle cantine italiane invenduto. Stando alle ultime stime, alla fine dello scorso giugno le giacenze, tra vini e mosti, arrivavano a poco più di 50 milioni di ettolitri: l’8,4% in più rispetto al giugno 2025.
Ma perché tutto questo? Due sono le cause. Prima di tutto il cambio delle abitudini alimentari e di consumo del vino in particolare. Si tratta, dicono ancora gli analisti del mercato vitivinicolo, del New Normal (la nuova normalità) che si declina in un calo generalizzato dei consumi di vino e in un cambio delle tipologie di acquisto. E non si tratta di una cosa degli ultimi tempi. Il calo strutturale del consumo di vino è iniziato dopo il 2017 e riguarda di fatto praticamente tutto il mondo ma soprattutto i mercati occidentali. Detto in altro modo, il consumatore contemporaneo occidentale non vede più il vino come un alimento quotidiano o un elemento necessario della tavola, bensì come un’esperienza legata a convivialità, edonismo e status. Un atteggiamento che si risolve in una diminuzione del numero di bottiglie acquistate. Detto in numeri, la contrazione dei consumi mondiali su base ventennale è stata pari al -12%; una strada in cui l’Europa fa da apripista. E l’Italia non fa eccezione. Poi ci sono le bizze dei mercati internazionali e delle decisioni politiche di alto livello. Il comportamento di Donald Trump, presidente Usa, è l’esempio più palese. In questo caso, a pesare non è solo “l’elemento dazi”, ma il contesto di incertezza entro il quale i produttori si devono muovere. Tenendo conto che pur importanti, i vitivinicoltori poco possono nel determinare le scelte di politica economica internazionale.
Vino italiano sempre di grande eccellenza, dunque, ma forse mai come adesso in bilico tra una contrazione importante e una tenuta delle posizioni di mercato. Prospettive complesse di cui ogni vitivinicoltore deve tenere conto.