Dai margini si vede meglio. Quale valore diamo alle piccole comunità?
Un passaggio dell'intervista al vescovo Claudio sul viaggio in Brasile ("Da noi molte strutture rendono difficile l'assunzione di responsabilità dei laici; là la povertà di strutture rende più semplice edificare la comunità attorno alle relazioni") rimanda al numero 82 della Dilexi te: «La realtà si vede meglio dai margini». Se il solo criterio delle scelte pastorali è la densità di popolazione, stiamo applicando alla Chiesa una logica che il Vangelo ha già scardinato. Il tessuto cristiano si sfilaccia: ma i tessuti non si ricuciono dal centro della stoffa, si ricuciono dai bordi.
«Da noi abbiamo ancora molte strutture che appesantiscono e rendono più difficile l’assunzione di responsabilità da parte dei laici; in Brasile, invece, la povertà di strutture rende più semplice edificare la comunità attorno alle relazioni». Questo passaggio dell’intervista del vescovo Claudio sul viaggio in Brasile (La Difesa del popolo del 2 luglio scorso), mi ha rimandato al numero 82 della Dilexi te, in cui Leone XIV riprende a sua volta un’intuizione che ha attraversato tutto il magistero di Francesco: «La realtà si vede meglio dai margini». I poveri non sono soltanto destinatari di aiuto, ma «soggetti di una specifica intelligenza», indispensabile alla Chiesa e all’umanità. Lasciarli ai bordi non impoverisce solo loro: priva noi di un contributo che da nessun’altra parte possiamo ricevere. È un’affermazione che riguarda anzitutto la povertà economica. Ma vale la pena chiedersi se non dica qualcosa anche sul modo in cui la Chiesa guarda se stessa, e in particolare sulle sue comunità più piccole. La logica corrente è nota e ha una sua ragionevolezza: dove ci sono più abitanti si concentrano le forze, il servizio dei preti, le energie pastorali. Le parrocchie piccole diventano appendici, unità da accorpare, terminali di un servizio ridotto all’essenziale. Nessuna ingiustizia: è l’aritmetica. Eppure, se le cose stanno come dice la Dilexi te, e come racconta l’esperienza che vivono i nostri missionari, quell’aritmetica rischia di farci perdere il punto di osservazione migliore. Perché una comunità cristiana non si misura sul numero di abitanti. E nemmeno, a ben vedere, sul numero dei praticanti: categoria di cui non sappiamo più bene il contenuto. Il criterio statistico, che pure una sua utilità ce l’ha, non riesce a dire dove la fede stia effettivamente accadendo, come racconta bene don Livio Tonello nel suo ultimo libro, Il respiro di Dio. Tra i cristiani “della soglia”. Le comunità piccole, allora, non sono il residuo di un tempo migliore. Possono essere il luogo in cui si vede meglio che cosa sia una comunità cristiana quando non può più contare sui numeri, sull’inerzia sociale, sull’apparato. Lì la fede non è sostenuta dalla folla: o è personale, o non è. Lì ci si conosce per nome, e l’assenza di qualcuno pesa. Lì la carità non passa da un ufficio, ma dalla porta accanto. È il linguaggio biblico del piccolo gregge – «non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno» (Lc 12,32) – e del «resto» di cui parlano i profeti. Isaia e Sofonia non descrivono un fallimento da gestire, ma il seme di una ricostruzione: «Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero» (Sof 3,12). Il resto non è ciò che avanza: è ciò da cui si riparte. Questo non significa idealizzare la fragilità, né rinunciare a ripensare gli assetti pastorali. Le Diocesi devono fare i conti con preti che diminuiscono e con territori che cambiano, e sarebbe irresponsabile fingere il contrario. Significa però chiedersi con onestà quale criterio guidi le scelte. Se il solo parametro è la densità di popolazione, stiamo applicando alla Chiesa una logica che il Vangelo ha già scardinato. Se invece si prende sul serio che dai margini si vede meglio, allora le comunità minori vanno ascoltate come luoghi teologici, e non soltanto amministrate come problemi logistici. Il tessuto cristiano si sfilaccia: è vero, e negarlo sarebbe ingenuo. Ma i tessuti non si ricuciono partendo dal centro della stoffa. Si ricuciono dai bordi, dove il filo è ancora tenuto insieme da mani che sanno quanto costa. Forse è da lì – da una manciata di persone che continuano a ritrovarsi, a pregare, a prendersi cura – che la Chiesa può re-imparare che cosa sia. E ricominciare.