Idee
Un bambino sputa l’ostia consacrata durante la Messa della Prima comunione. Il parroco, invece di archiviare l’imbarazzo, chiede a una donna della comunità di accompagnarlo verso la Cresima. Da lì comincia tutto. “Un dono per la tua comunità” (Edizioni San Paolo) raccoglie ciò che Annalisa Caputo ha imparato in quegli anni: un vademecum per l’inclusione di bambini con disabilità intellettive e autismi nel cammino dell’Iniziazione cristiana. Caputo insegna filosofia all’Università di Bari, viene dall’ermeneutica e da anni accompagna giovani e adulti con disabilità intellettiva nel Centro volontari della sofferenza. La prefazione è di suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale Cei per la pastorale delle persone con disabilità.
L’impianto è dichiarato subito: “Questo non è un testo classico, ma un Vademecum”. Cinquantasette paragrafi, ciascuno intitolato con una domanda che i catechisti si fanno davvero, e nove parti, di cui due consultabili on line tramite QRcode. È un libro che si usa più di quanto si legga.
La seconda parte è la più ruvida. Caputo elenca le obiezioni che circolano nelle parrocchie – perché dare la comunione a un bambino che non capisce, che senso ha la Cresima se non può confermare volontariamente il Battesimo – e le chiude con una riga: “mi fermo qui perché la raccolta delle bestemmie sarebbe ampia”. La risposta viene dal discorso di Papa Francesco al convegno promosso dalla Cei l’11 giugno 2016: “Sei tu che non sei capace di capire”, “o tutti o nessuno”. Il punto teologico è netto – “I Sacramenti sono doni e non premi” – ma quello pastorale lo è di più: “quando ‘bocciamo’ un bambino, ritenendolo non adeguato o non preparato, in realtà stiamo bocciando noi stessi: due volte”.
Il capitolo sui genitori è il più denso. Caputo riprende la parabola di Emily Perl Kingsley – chi aspetta un figlio prepara un viaggio in Italia e atterra in Olanda – ma non la lascia intatta: “la Kingsley è stata romantica! Nella maggior parte dei casi, altro che Olanda! Atterri nel deserto”. Da qui una conseguenza che vale più di molti corsi di formazione, “non esiste il figlio disabile, ma la famiglia con una situazione di disabilità”, e una regola di prudenza contro l’invadenza pastorale: “Se non ci ha detto nulla, non vuole dirci nulla. Inutile chiedere”.
La quarta parte, la più lunga, ribalta la domanda di partenza: non “che problemi ha”, ma “che cosa sa fare e preferisce fare”. Il volume smonta il modello scolastico della catechesi con un’affermazione che suonerà dura a molti – “Non dobbiamo usare i testi durante gli incontri di catechesi. Non siamo a scuola” – e dà il meglio quando la teoria diventa artigianato. Il verde scelto per ogni disegno perché F. amava Hulk. La cicatrice di Harry Potter tracciata sulla fronte di Giuseppe e trasformata, con un segno orizzontale, nella croce ricevuta al Battesimo. Come si prepara alla particola un bambino che non mangia nulla di sconosciuto: un velo di Nutella ridotto un poco alla volta, oppure il “bicchierino di Gesù”, quello di casa, con una goccia di vino consacrato. L’esame di coscienza affidato a una tavola di simboli, dove il vaso rotto torna “ricostruito, più bello”.
Il registro è colloquiale, dà del tu, si concede digressioni: chi cerca una sistemazione teologica dell’antropologia della disabilità dovrà rivolgersi altrove, e l’autrice lo dichiara. Il libro ha però il pregio di non concedersi né al pietismo né al tecnicismo, e un’onestà rara nella pubblicistica pastorale. Alla fine Caputo ammette che solo uno dei bambini da lei seguiti ha proseguito il cammino in parrocchia dopo i Sacramenti. “Abbiamo seminato. Non saremo noi a raccogliere”.
Resta l’immagine che Emmanuel Mounier annotò nei taccuini davanti alla figlia gravemente cerebrolesa, e che Caputo colloca al centro del libro: “Quel lettino senza voce è un altare, un luogo sacro dove Dio insegna”.