Idee | Pensiero Libero
Non c’è più tempo per le mezze misure o per le analisi sociologiche di facciata. Le cronache degli ultimi giorni dai pronto soccorso del Veneto – dall’Ospedale dell’Angelo di Mestre a quello di Schiavonia nella nostra Bassa Padovana – assomigliano sempre più a bollettini di guerra che a resoconti da luoghi di cura. Vetri infranti, porte scardinate, minacce di morte, medici colpiti al volto, infermieri costretti a lavorare con la paura addosso. È una ferita profonda, che tocca il cuore del nostro vivere civile e della nostra comunità. I dati, d’altronde, parlano chiaro: siamo davanti a un’escalation di violenza intollerabile che ha trasformato i presidi di salute in vere e proprie trincee di frontiera.
Quando un medico o un infermiere, che ha scelto di dedicare la propria vita e le proprie competenze al servizio degli altri, entra in turno chiedendosi se tornerà a casa incolume, significa che qualcosa di essenziale si è spezzato. Si è incrinato quel patto di fiducia e quell’alleanza terapeutica che da sempre costituiscono la pietra angolare del sistema sanitario e, prima ancora, della convivenza umana. È il paradosso più doloroso e inaccettabile: colpire chi cura, riversare la rabbia e la frustrazione proprio su quelle figure che incarnano la prossimità, l’assistenza e la risposta al dolore nel momento del bisogno.
Certamente, le cause profonde di questo malessere sono molteplici e complesse. Non si possono ignorare le carenze strutturali della sanità pubblica: le infinite liste d’attesa, la cronica carenza di personale, il sovraffollamento dei pronto soccorso, dove l’attesa estenuante può esasperare gli animi di chi vive un momento di fragilità o di ansia per un proprio caro. Ma nessuna inefficienza organizzativa, nessuna lungaggine burocratica e nessuna sofferenza emotiva potrà mai giustificare o legittimare la violenza, sia essa verbale o fisica. La violenza è una sconfitta collettiva, una barbarie che disumanizza sia chi la compie sia il luogo in cui si consuma.
Le recenti risposte legislative, come l’introduzione dell’arresto in differita o l’inasprimento delle pene per i danneggiamenti e le aggressioni, sono passi necessari sul piano della deterrenza e della sicurezza immediata. È sacrosanto chiedere una presenza più visibile delle forze dell’ordine nei punti più caldi della rete ospedaliera. Il personale sanitario ha il diritto inalienabile di operare in sicurezza e serenità. Tuttavia, la risposta puramente securitaria, per quanto indispensabile nell’emergenza, rischia di essere un palliativo se non accompagnata da un profondo e radicale cambio di rotta culturale.
La vera sfida che ci attende come comunità – e, perché no?, anche come Chiesa locale – è la ricostruzione di una cultura del rispetto e del bene comune. Dobbiamo tornare a comprendere che l’ospedale è una casa comune della salute, un patrimonio collettivo da custodire e proteggere, non un’arena in cui pretendere tutto e subito con la forza. È urgente rieducare alla gratuità e alla riconoscenza. Chi si adopera nei turni di notte, chi accoglie i codici rossi con professionalità e dedizione, non merita calci o minacce, ma il ringraziamento sincero di una comunità che riconosce il valore inestimabile del suo lavoro a servizio della vita.
Servono investimenti coraggiosi sulla sanità per ridurre la pressione sui pronto soccorso, ma serve soprattutto un moto di coscienza da parte di ciascuno di noi. Difendere i nostri sanitari significa difendere la qualità della nostra democrazia, la tenuta del nostro welfare e l’umanità del nostro territorio. Non lasciamo soli i medici e gli infermieri in questa trincea isolata. Ricostruiamo, insieme, quell’abbraccio di solidarietà e di civiltà che rende il Veneto una terra accogliente e fraterna. La salute di una comunità si misura anche dalla cura e dal rispetto che sa dimostrare verso coloro che, ogni giorno, si prendono cura delle sue ferite più intime.