Fatti
“Che cosa può offrire un sacerdote quando nulla può essere riparato? La presenza”. Mons. John S. Bonnici, vescovo di Rochester, l’11 settembre 2001 era sacerdote dell’arcidiocesi di New York: quel mattino tornò a casa camminando controcorrente rispetto alla folla che fuggiva da Lower Manhattan e trovò la sua stanza ricoperta di polvere. Il giorno seguente raggiunse Ground Zero, dove l’area ristorazione di Battery Park City era diventata un obitorio improvvisato. A venticinque anni di distanza, in un tempo segnato da guerre e linguaggi d’odio, rilegge quelle ore e la fraternità che ne seguì.
Eccellenza, quale immagine dell’11 settembre non l’ha più lasciata?
Ricordo di essermi incamminato verso casa contro il flusso delle persone che fuggivano da Lower Manhattan: quasi tutte erano ricoperte di polvere. Tra le immagini che mi sono rimaste c’è quella di un senzatetto, anche lui coperto di polvere, che reggeva un cartello scritto a mano: “Convertitevi e credete, perché il regno di Dio è vicino”. Quelle parole, lette in quel contesto, hanno risuonato in me e, ne sono certo, anche in molti altri. Sono state un richiamo ad affidarci al Signore, a riconoscere che era con noi anche in mezzo a quell’orrore e a guardare avanti nella speranza di un cambiamento e di una guarigione.
Il giorno seguente è sceso a Ground Zero. Che cosa può offrire un sacerdote quando nulla può essere riparato?
Siamo partiti di prima mattina insieme a un altro sacerdote. Dopo aver superato diversi posti di blocco e ricevuto le mascherine protettive, siamo arrivati sul luogo. Siamo rimasti in attesa che volontari, vigili del fuoco, soccorritori e agenti di polizia portassero i resti delle vittime. Mi sono ritrovato seduto accanto a due soccorritori. Erano stremati, sconvolti e coperti di polvere. L’angoscia impressa sui loro volti era indescrivibile. Uno dei due mi ha chiesto se desiderassi qualcosa per colazione. Ho risposto di no, ma lui ha insistito: “Quale sarebbe per lei una colazione perfetta?”. Quasi per scherzo, ho risposto: “Due uova fritte con il tuorlo morbido, patate rosolate e un bagel tostato”. Dopo un po’ i due sono spariti. Sono tornati con una colazione presa in una tavola calda fuori dall’area: nella confezione c’era esattamente ciò che avevo descritto. Ho chiesto loro perché si fossero presi tanto disturbo. Uno dei due mi ha risposto: “La sua sola presenza qui, come rappresentante di Dio, ci dà speranza”. Ecco allora che cosa può offrire un sacerdote: la presenza. Essere presenti come strumenti della grazia di Dio può fare la differenza in qualunque situazione.
New York conobbe anche una gentilezza e una fraternità straordinarie. Che cosa è rimasto di quella solidarietà?
Nei giorni successivi i newyorkesi, che a volte hanno fama di essere distanti, si sono avvicinati gli uni agli altri in molti modi. Le chiese, le sinagoghe e le moschee si sono riempite: le persone si radunavano semplicemente per sostenersi a vicenda. Ci si salutava, si teneva aperta la porta agli altri, si mostrava maggiore pazienza nel traffico e in metropolitana. All’improvviso chi ci stava accanto non era più una figura anonima e distante, ma un essere umano come noi, creato a immagine e somiglianza di Dio. Con il passare del tempo quel senso di fraternità si è affievolito. Venticinque anni dopo dobbiamo accogliere con umiltà l’invito a ravvivarlo.
Come si onora la memoria delle vittime senza che venga usata per giustificare la paura o il pregiudizio verso interi popoli e religioni?
Guardando all’orrore e ai momenti di grazia che ne sono seguiti, dobbiamo ricordare che ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, è degna di rispetto e di amore. Il mondo di oggi è diventato, anche per effetto della tecnologia, sempre più individualista. I cosiddetti amici sui social media e gli algoritmi, che alimentano i nostri pregiudizi, le nostre simpatie e le nostre antipatie, hanno prodotto una società segnata dalla solitudine, dall’isolamento e da una forte polarizzazione, nella quale a volte non sappiamo più riconoscere nella persona accanto a noi il nostro prossimo e un possibile amico.
Quale responsabilità hanno oggi la Chiesa e i leader religiosi perché la paura non trasformi l’altro in un nemico?
Sono convinto che i responsabili religiosi e non religiosi abbiano, in questo anniversario così solenne, la responsabilità e l’opportunità di risvegliare in se stessi, in quanti sono loro affidati e nell’intera comunità la consapevolezza che occorre fermarsi, riflettere e riscoprire l’immagine di Dio in ogni persona che incontriamo. Traducendo in gesti quotidiani l’amore per Dio e per il prossimo, possiamo davvero cambiare il clima che si respira oggi, così difficile non soltanto negli Stati Uniti ma in tutto il mondo, e renderlo migliore: una persona alla volta, un atto d’amore alla volta. Questo anniversario, triste e solenne, è anche un invito a riscoprire e a vivere l’amore di Dio in tutta la sua forza, rendendolo concreto nelle nostre relazioni.