Idee
Quattro grandi poetesse che hanno fatto la letteratura del Novecento, Anna Achmatova, Antonia Pozzi, Wislawa Szymborska, Patrizia Cavalli cui Ancora dedica un volume curato dal compianto Pierluigi Cambi (2026, 108 pagine, 15 euro). Un lavoro che ha il merito di riportare la poesia all’attenzione mediatica, perché le mode e gli ismi fatti di ispettori, indagini più o meno credibili, delitti più o meno risolti stanno cancellando dalla memoria collettiva qualcosa che invece potrebbe aiutarci. Già dalla sua origine, la parola poesia significa fare, essere tutt’uno con la propria interiorità, e cantare l’azione.
Fin dallo pseudo-Omero poesia è il fatto che si compie sotto i nostri occhi, grazie alla sua – un tempo ritenuta divina – capacità di fermare il tempo e svolgerlo come un papiro sotto i nostri occhi meravigliati.
Achmatova ha attraversato le correnti letterarie del Novecento, ma anche la rivoluzione d’ottobre e la dittatura staliniana, e ne ha pagato salati conti. Eppure qui giustamente Cambi ce la presenta anche con una poesia in cui emerge la volontà di vivere, perché “Luminoso e lieto/domani sarà il mattino./ Questa vita è stupenda,/ sii dunque saggio, cuore”. “La porta è socchiusa” (mai titolo fu più profondamente ancorato al motivo dell’accoglienza discreta) è del 1911, quindi prima degli eventi che hanno sconvolto la vita di Anna, ma da essi emana l’aspirazione verso la semplicità, la gratuità, l’incontro, temi ricorrenti della sua scrittura, anche quando essi sono autobiografici, come in “C’è nel contatto umano un limite fatale” -e anche qui si guardi alla potente bellezza già solo del titolo- in cui emergono i dubbi sulla realtà dei propri affetti. Quando arrivano gli anni della pena, la preghiera diviene uno degli strumenti di sopravvivenza contro un qualcosa difficile da descrivere con umane parole.
E le parole non potranno mai spiegare la tragedia di una ragazza di buona società che a soli 26 anni decise di farla finita con la vita. Antonia Pozzi raggiunse così quell’altrove di cui parla Mimma Albini nella nota introduttiva: aveva spesso accennato ad una dimensione trascendente, oltre le cose apparenti, verso l’essenza. Soprattutto l’opposizione paterna – la sua era una famiglia agiata – al legame con il professore di Latino e Greco, la portò ad uno stato di prostrazione e di continui dubbi, in cui emerge la consapevolezza che solo la poesia, insieme al trascendente, può aiutare a “ritrovare/ il mio alto paese abbandonato”, e a tradurre in terreno amore la “nostalgia dei monti perduti”.
Szymborska, nata in Polonia nel 1923, fa conti con la vita che non escludono mai un sottile umorismo, anche quando era una decisa militante comunista (restituì la tessera nel 1966 e dovette fare affrontare l’ostilità del partito). La scrittrice premio Nobel 1996 comunica anche la realtà e i suoi oggetti, che però talvolta come nella Metafisica e nel Realismo Magico del Novecento acquistano una loro propria vita, e la poetessa ci aiuta a immaginare questa vita negli uffici chiusi ermeticamente di notte, quando le stanze si riempiono di presenze altre, con un auto-umorismo graffiante: “Quando lui non mi guarda,/ cerco la mia immagine/ sul muro. E vedo solo/ un chiodo, senza il quadro”.
E poi Patrizia Cavalli (1947-2022) che ha attraversato la nostra letteratura con la sua poesia colloquiale, in cui il senso del destino è realisticamente agganciato alle radici del passato, perché anche il presente è “sicura proprietà del mio passato”, ma nello stesso tempo diviene un enigma che non è possibile sciogliere se non nel vivere e nel “muovermi in avanti”, con il sospetto che sia circolare, quel movimento, ma di una circolarità mai uguale, e quindi, per nostra fortuna, umanamente imprevedibile.