Idee
15/18 (A Place to Heal), il docu-film di Cédric Kahn presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre), getta lo sguardo all’interno di un reparto ospedaliero francese dedicato ad adolescenti tra i 15 e i 18 anni: un luogo in cui si intrecciano storie di tentati suicidi, autolesionismo, disturbi del comportamento alimentare (DCA), fughe dalle comunità, abusi e ferite familiari profonde. Con Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, nonché ricercatore dell’Istituto di Psichiatria e Psicologia nella Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, riflettiamo su cosa significhi prendersi cura di queste ferite, sul confine sottile tra vulnerabilità e richiesta d’aiuto e sul ruolo fondamentale dei contesti familiari e sociali.
Professore, quali sono oggi i disturbi più diffusi che portano al ricovero in neuropsichiatria i giovani tra i 15 e i 18 anni?
Le cause sono molteplici. Alcuni adolescenti – soprattutto ragazze – evidenziano gravi disturbi legati all’anoressia nervosa, raggiungendo spesso un peso corporeo incompatibile con la sopravvivenza. Altri hanno tentato il suicidio, oppure hanno espresso fantasie suicidarie, rendendosi magari protagonisti di atti di autolesionismo. Nei reparti di neuropsichiatria troviamo anche ragazzi borderline che manifestano eccessi di rabbia, agita contro sé stessi, o contro gli altri. Oppure giovani con sintomi psicotici determinati dall’abuso di sostanze. Rispetto al passato si ricovera di più, perché si interviene in maniera preventiva. Anni fa gli adolescenti in reparto erano prevalentemente coloro che avevano evidenziato sintomi di schizofrenia precoce.
Nel film “A Place to Heal” si afferma che, dopo la pandemia, gli adolescenti hanno un rapporto diverso con la malattia mentale, più aperto a raccontarsi. Lo riscontra nei suoi pazienti?
Certamente il COVID ha giocato un ruolo importante, ma questa tendenza è legata anche a una maggiore interazione dei nostri giovani su Internet. Gli adolescenti, spesso, per negligenza degli adulti, hanno vissuto una solitudine precoce e per colmare questo vuoto si sono adoperati, reperendo informazioni o risorse nel web. L’ipertesto di Internet ha prodotto nei ragazzi una nuova capacità di pensare e comunicare, perché sono tante le fonti a loro disposizione. In questo modo hanno maturato una maggiore consapevolezza rispetto ai propri sentimenti e stati d’animo, imparando a descriverli persino attraverso neologismi molto efficaci.
Quanto pesa la genetica, la storia familiare e il contesto sociale nell’insorgere delle patologie?
Tutti e tre questi elementi pesano. L’elemento più psicoattivo è però, a mio avviso, soprattutto l’ambiente familiare. Ogni genitore immagina un bambino ideale che in genere non corrisponde a quello reale. Con quella proiezione noi facciamo i conti tutta la vita e la situazione che si crea è più psicoattiva delle droghe, della genetica e del contesto sociale in cui siamo immersi. Oggi emergono nuove forme di “assenza” genitoriali. L’era digitale ha cambiato il modo di vivere lo spazio e il tempo, rendendoci tutti più compulsivi. Ad esempio, stiamo perdendo la capacità di attesa. Questa frenesia ha sottratto tempo alle relazioni, anche e soprattutto quelle familiari.
Che ruolo giocano nelle psicopatologie la realtà virtuale, l’iperconnessione, l’eccessiva esposizione ai contenuti spesso fuorvianti dei social network?
Il mondo digitale ha un ruolo fondamentale, perché ha promosso un nuovo profilo cognitivo caratterizzato dalla prevalenza del linguaggio iconico su quello verbale. Questo nuovo profilo è sottovalutato e negato soprattutto dalla scuola, dove fioccano diagnosi relative ai disturbi dell’apprendimento e all’ADHD. Assistiamo a un furore diagnostico che non riconosce e non tiene conto del cambiamento evolutivo dei nostri giovani e giovanissimi e che è caratterizzato dall’ostinazione nel proporre contenuti didattici anacronistici e decontestualizzati.
Farmaci sì o no? Quando sono necessari e quando rischiano di diventare una scorciatoia?
I farmaci non sono mai una scorciatoia, perché difficilmente risultano risolutivi. La natura dei disturbi psichiatrici è quasi sempre affettiva e non si può rispondere a un disturbo affettivo con la chimica. Il farmaco può essere utile in determinati momenti, ma la sua efficacia risente del contesto e delle modalità con cui viene somministrato. La cosa più importante nella terapia è la relazione tra medico e paziente.
Si può guarire da queste patologie?
Non uso mai la parola “guarigione” in adolescenza, perché la mente adolescenziale è come “creta fusa”, destinata a trasformarsi. La psicopatologia a questa età è determinata da “sintomi mobili” che hanno lo scopo non di fare perdere l’equilibrio al paziente e che non consentono una diagnosi “definitiva”. La mente di questi giovani tende a crescere, a cambiare, quindi spesso occorre solo indirizzarla nella giusta direzione, togliendo gli ingombri che gli impediscono di evolvere. Si tratta di fare emergere un lavoro spontaneamente terapeutico: nessun adolescente vuole morire, tutti vogliono semplicemente crescere.
Quali segnali un genitore o un insegnante non deve sottovalutare? Quando la “normale crisi adolescenziale” diventa campanello d’allarme?
I sintomi da prendere in considerazione nei bambini sono soprattutto la rabbia e la noia. La rabbia non va repressa, va compresa. Molto spesso siamo noi genitori, involontariamente, a innescare rabbia nei nostri figli. Mai dare ordini perentori a un bambino. E’ opportuno sempre offrire regole all’interno di una trattativa, dove ci siano dei margini di flessibilità. Il posto peggiore dove può finire la rabbia di un bambino è dentro di sé. Spesso i bambini “difficili” sono più sani di chi non riesce a esprimere il proprio disagio, in quanto non si sente “autorizzato” a farlo dall’adulto di riferimento. In adolescenza, poi, le cose cambiano. Quando un figlio è adolescente dobbiamo rispettare la distanza che lui in un certo senso ci impone e sforzarci di offrire fiducia. La fiducia è una distanza che serve a crescere. Si tratta dell’atto d’amore più grande, che non vuol dire abbandonare i figli, ma lasciare loro lo spazio per evolvere.