Chiesa
Sono passati 25 anni dagli attentati terroristici dell’11 settembre alle Torri gemelle di New York, e Leone XIV, nelle parole che pronuncia, in inglese, dopo la preghiera mariana dell’Angelus, rinnova le “preghiere per quanti hanno perso la vita e per chi porta ancora le ferite di quel tragico giorno”. Quell’11 settembre furono 2.977 le vittime di quel “giorno buio nella storia dell’umanità, terribile affronto alla dignità dell’uomo”, come disse Giovanni Paolo II il 12 settembre del 2001. Il 21 settembre Robert Francis Prevost neo eletto priore degli agostiniani, nella chiesa di Santa Maria del Popolo ricorderà quei “tragici avvenimenti” dicendo che “l’odio e la violenza continueranno ad aumentare finché esisteranno tante persone obbligare a vivere in estrema povertà, oppresse da così tante forme di ingiustizia” e chiedendo ai suoi confratelli agostiniani di “dare testimonianza del Vangelo e dei suoi valori di unità, di dialogo, di pace e di riconciliazione”.
Venticinque anni dopo, il Papa dell’America del Nord ha, dunque, parole per quella terribile tragedia che, dice, “ci spinge a rinnovare il nostro impegno per la pace, anzitutto con la preghiera” affidata all’intercessione di Maria. Il Signore “doni al mondo la pace”, afferma ancora il vescovo di Roma, “in un momento in cui conflitti e violenze affliggono tanti nostri fratelli e sorelle”.
A Ground Zero si recarono Papa Francesco nel 2015 – “qui il dolore è palpabile” e si può ascoltare “il grido silenzioso di quanti hanno sofferto nella loro carne la logica della violenza, dell’odio, della vendetta” – e sette anni prima Benedetto XVI – “scenario di incredibile violenza e dolore” – il quale nella preghiera si rivolge al Dio della pace e della comprensione: “sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia cerchiamo la tua luce e la tua guida mentre siamo davanti a eventi così tremendi”.
Angelus nella domenica in cui le parole del Vangelo di Matteo si intrecciano con quelle di Papa Leone, il tema del perdono con la memoria dei terribili avvenimenti di 25 anni fa. Perdono che irrompe con la domanda di Pietro a Gesù: “Signore quante volte dovrò perdonare il fratello che commette colpe contro di me? Fino a sette volte?”
Fermiamoci e chiediamoci perché sette volte? Innanzitutto il numero nella tradizione biblica e ebraica non indica una quantità matematica ma “simboleggia la pienezza”, ricorda il Papa. Inoltre nei Proverbi si legge che “se il giusto cade sette volte egli si rialza mentre i malvagi soccombono”. Allora perdonare sette volte “vuol dire perdonare con grande larghezza”. Ma la risposta di Gesù a Pietro va oltre: “non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette, cioè oltre ogni limite, senza misura”. Diceva Papa Francesco: “Dio perdona tutto, perdona sempre e non si stanca mai di perdonare; siamo noi piuttosto a stancarci di chiedere perdono”.
La risposta di Gesù non può non lasciarci senza parole. Pietro non mette in dubbio il perdono come tale, ma si chiede quante volte. Di fronte all’ira, all’offesa, al desiderio di vendetta l’uomo è sempre chiamato a misurare, a porre dei limiti: sì perdono, ma fino a un certo punto; perdono, ma le guance sono due. E poi? C’è anche da dire che ci portiamo dietro un’idea sbagliata del perdono, quasi fosse una spugna che cancella le colpe, la memoria di un gesto, dell’offesa ricevuta.
Matteo racconta nel Vangelo che Gesù propone la parabola del servo che ha un debito che non potrà mai restituire al padrone e viene perdonato, mentre a sua volta non mostra “la stessa pietà” verso un suo debitore per una cifra irrisoria, e per questo il servo viene rimproverato e punito severamente.
Con queste parole, afferma Papa Leone, Gesù ci ricorda che “dono e perdono sono alla base della nostra esistenza. Tutto ci è dato da Dio per puro amore, e nessuno di noi può dirsi perfetto nel rispondere a tanta bontà”. La gratuità, “fonte della nostra stessa vita”, è anche “la regola migliore per il nostro stare insieme”. Il perdono, afferma ancora il vescovo di Roma, “è indispensabile e se manca non si può vivere in pace: prima o poi, nel cuore e tra le persone, nascono conflitti, accuse, rancori, vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie, scatenano le guerre”.
Infine, il perdono “libera e riporta la luce anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un momento, ha reso cupo l’orizzonte e incerto il cammino”; è come un “buon vento” che “spazza via anche le nubi più fitte, fino a far rivedere il sole”.