Idee
La fascinazione del Curato d’Ars ha reso molto deboli le convinzioni sullo strapotere della cultura, della sapienza intellettuale anche nella fede e nell’amministrazione dei sacramenti. E c’è ora un libro edito da Città Nuova, “Importunate il buon Dio” (a c. di Gérard Rossé, 2026, 13,90 euro) che, come riportato nel sottotitolo, ci offre una scelta di pensieri (trascritti da altri, perché come specifica il profilo biografico, “Il curato d’Ars non ha mai pensato di scrivere per il pubblico”) e di omelie nel corso della sua permanenza nel paesino francese al quale tra l’altro egli arrivò a piedi, e chiedendo la strada a dei giovani pastori incontrati per caso. Una vera avventura, nonostante il profilo che gli intellettuali di allora avrebbero dichiarato di nessun interesse, e che invece ha affascinato grandi scrittori, ad esempio Bernanos, che ne fece il protagonista del suo primo romanzo, “Sotto il sole di Satana”.
Nessuno di quelli che lo hanno conosciuto ai tempi degli studi religiosi e degli esami per diventare sacerdote ci avrebbe creduto: avendo ripreso tardi quegli studi, dopo varie avventure, alcune delle quali assai pericolose, non aveva più l’attitudine mentale all’apprendimento del latino, cosa che gli costò ritardi e obiezioni nel suo cammino verso il sacerdozio.
Ed è qui il suo insegnamento: la cultura è certamente un elemento importante, ma senza umanità vera, rischia di essere una prigione nel nostro cammino.
Il curato d’Ars era angosciato dalla consapevolezza di questa ignoranza, eppure ad un certo punto della sua vita divenne necessario creare un servizio regolare di trasporti per portare migliaia di persone a confessarsi o ad assistere alle sue celebrazioni ad Ars.
Alla lettura di questi pensieri e delle omelie ci si rende conto che l’empatia assoluta è in grado di sprofondare e condividere, non solo di conoscere, i meandri e soprattutto le sofferenze dell’altro. Quando parla dell’accumulazione materiale che porta alla sazietà e alla noia, sembra di leggere le pagine di un sociologo, di uno psicanalista o di uno scrittore esistenzialista, non di un povero prete che si riteneva praticamente analfabeta.
Non siamo in aule universitarie o in congressi, ma nel confessionale di un sacerdote che ci passava anche 17 ore al giorno, che però arriva alle conclusioni dei più profondi intellettuali: “il digiuno non consiste tutto nella privazione del bere e del mangiare, ma nella privazione di ciò che riesce gradito al nostro gusto”. È la corsa verso il soddisfacimento unicamente materiale che fa scaturire il vero male: l’accumulazione fine a se stessa, il piacere fisico o narcisistico, sono la soddisfazione di un momento, che lascerà il campo all’angoscia e all’insensatezza.
Vianney non si lancia in analisi socio-psicologiche, ma in concreti esempi, adatti a quell’epoca e ad un paese come Ars in cui gli uomini passavano il loro tempo a spendere nell’alcol tutti i loro guadagni: “E un ubriacone più felice dopo aver bevuto il suo vino dove pensava di trovare tutto il suo piacere?”, e la riposta arriva con tutta la saggezza dell’esperienza e della condivisione: “Ne rimane più infelice”, senza aver attinto alle teorizzazioni filosofiche o teologiche: il confessore instancabile, che donava il tesoro del suo tempo agli altri, magari dormendo un attimo nel confessionale, aveva intuito che non possiamo essere felici solo nella soddisfazione del desiderio, perché “essendo creati soltanto per Dio, Lui solo potrà soddisfarci”.
E quando affronta il grande motivo della maldicenza, collegandolo a quello dell’invidia il curato attinge a piene mani dal vissuto. Soprattutto emerge la grande lotta interiore, il tentativo di ulteriore abbassamento del proprio sé, di resa totale alla volontà divina di contro ai tentativi di ritorno al non senso, e al nulla.