Idee
Il magistrato Roberto Terzo ha legato il suo nome soprattutto al processo contro i Casalesi di Eraclea, agli onori della cronaca nel 2019 dopo anni di indagini. Ma la sua lotta alle organizzazioni mafiose è scandita da una lunga carriera nel mondo giudiziario, come membro della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo dal 1997 al 2003 e successivamente di quella di Venezia dal 2003 al 2012.
«Qui in Veneto non hanno preso piede mafie di tipo “tradizionale”, quelle che puntavano al controllo del territorio attraverso l’estorsione sistematica e le minacce – spiega – In compenso, si è diffusa tanta criminalità economica, una criminalità che non sottomette direttamente ma cerca di attivare e sfruttare relazioni con il mondo produttivo locale. In altre parole, nella maggior parte dei casi i gruppi vengono qui per fare affari con le imprese venete, per proporre più che imporre».
I Casalesi erano pertanto una triste eccezione. «Quel gruppo era giunto qui decenni prima, aveva già usato la violenza per affermarsi e si era ormai ben insediato nella società locale: molti cittadini di Eraclea li conoscevano e li temevano.
Per la pronuncia definitiva attendiamo però la Cassazione il 6 ottobre, dopo che in appello li
avevano giudicati colpevoli del reato di associazione mafiosa ribaltando il giudizio in primo grado».
In base a queste caratteristiche, i Casalesi si differenziano anche dalla più nota Mafia del Brenta. «Quella era una mafia di secondo livello, che si faceva strada con la forza e il ricatto sulla malavita locale, assumendo il pieno controllo del traffico di droga e di armi. Ma non chiedevano il pizzo alle singole aziende». Come pure va inquadrato in maniera differente il caso di Aspide nel Padovano, emerso nel 2011. «Le persone coinvolte erano un gruppo malavitoso che prestava soldi a usura e li riscuoteva con pestaggi e altre forme di intimidazione».
Quindi ci sono le mafie straniere, che mantengono un proprio ambito di “specializzazione” e convivono più o meno pacificamente con altri gruppi criminali: «Quelle albanesi operano per esempio nel narcotraffico, quelle nigeriane nello sfruttamento della prostituzione. Ma neppure loro chiedono il pizzo alla gente del posto, piuttosto si concentrano sui connazionali».
Gli indubbi successi nello smantellamento di alcune organizzazioni criminali non cancellano l’attuale stato dell’arte dell’amministrazione giudiziaria, in condizioni abbastanza critiche. «La messa in rete di informazioni e conoscenze è fondamentale, soprattutto con le associazioni di professionisti e con gli imprenditori. Perché chi opera all’interno di un certo settore si accorge subito delle anomalie: applicare prezzi molto bassi per i propri prodotti, in modo da sbaragliare la concorrenza, è un segnale assolutamente da non trascurare. La collaborazione c’è e c’è stata, ma deve aumentare: avremmo potuto risparmiare anni di indagini in passato e potremmo andare molto più veloci oggi. Purtroppo, chi lavora in magistratura sconta una carenza di organico del 35-40 per cento rispetto al necessario: mancano cancellieri e altre professionalità per gli uffici giudiziari, abbiamo dotazioni rimaste praticamente le stesse dagli anni Sessanta, inferiori a Regioni con una popolazione uguale o più piccola. Questo vuol dire poter sbrigare i reati minori ma ritrovarsi in serie difficoltà per i grandi processi».
E non è tutto, perché per il dott. Terzo la normativa disciplina in maniera sbagliata una certa tipologia di reati collegati all’attività mafiosa. «Pensiamo alla bancarotta fraudolenta, con i gravissimi problemi sociali che può causare in un territorio. O ai danni ambientali causati da certe aziende o società, puniti con semplici contravvenzioni e soggetti a una prescrizione di massimo cinque anni. Gli effetti di queste condotte illecite rimangono per lungo tempo in un territorio, con i relativi danni alla salute delle persone. E che dire degli scarsi mezzi per sanzionare e limitare gli infortuni sul lavoro, altro flagello per le nostre comunità?».
Aspetti che poi si collegano a fenomeni come il traffico illegale di rifiuti e lo sfruttamento di manodopera.