Fatti
C’era una volta l’agricoltura biologica che prosperava. Una volta, perché oggi dopo molti anni di crescita, la situazione inizia davvero ad essere problematica anche per questo comparto. E alla base delle difficoltà ci sono gli stessi elementi che creano problemi al resto dell’agricoltura: il mercato e la struttura dei costi. L’occasione per fare il punto sul “biologico agricolo” è stata la Giornata europea dedicata (European Organic Day ) celebrata il 23 settembre scorso che ha acceso i riflettori sulla situazione.
Gli elementi che fanno preoccupare gli addetti ai lavori sono la diminuzione delle superfici coltivate con tecniche biologiche, la contemporanea diminuzione degli agricoltori che si dedicano a queste tecniche, l’aumento dei costi di produzione, i rischi legati al clima, gli oneri burocratici. Un insieme di condizioni che sta mettendo in crisi più di un bilancio d’impresa e, soprattutto, getta un’ombra un po’ su tutto il futuro di questa attività.
I numeri sono lì a dare una dimensione quantitativa della situazione. Stando all’Ismea (che si occupa delle statistiche di mercato e della produzione agroalimentare) l’Italia, con 2,37 milioni di ettari coltivati a biologico, perde il 5,4% delle superfici rispetto all’anno precedente; le aziende agricole che usano queste tecniche sono 85.443 e gli operatori biologici totali 95.386, in calo dell’1,8%. Bene, invece, i consumi domestici dei prodotti biologici, che aumentano del 9,2%. Detto in altro modo, anche se il mercato cresce le imprese sono in difficoltà. Colpa, a quanto pare, dei costi di produzione e della difficoltà a farsi riconoscere il valore del prodotto da parte dei consumatori. Colpa, quindi, forse anche della situazione economica non certo facile per la gran parte del mercato interno. Tutto senza dire della concorre sleale (a detta dei produttori) che contribuisce ad erodere quote di mercato al biologico nazionale. Insomma, in altre parole le difficoltà non nascono da una diminuzione della qualità dei prodotti nostrani, ma da condizioni esterne al mercato, così come da una concorrenza che riesce a spuntare margini più elevate anche praticando prezzi più bassi.
Confagricoltura, Coldiretti, Cia-Agricoltori Italiani, Confcooperative paiono però tutto sommato d’accordo su quanto occorre fare. Organizzazione, innovazione e maggiore coesione di filiera paiono – ancora una volta – essere gli strumenti in mano ai produttori. “Bisogna garantire una concorrenza leale, compresi standard uguali per le importazioni, e valorizzare laddove possibile le produzioni biologiche italiane”, viene sottolineato da alcuni. Mentre altri insistono sull’informazione adeguata e aggiungono: “Le importazioni di biologico sono aumentate del 25%, con prodotti a basso costo che intercettano una parte della domanda senza generare crescita delle superfici e della produzione nazionale”.
Tutti, d’altra parte, sperano molto nel nuovo “marchio italiano del biologico” che, negli intenti del governo, permetterà “di aumentare il valore di prodotti che hanno costi di produzione maggiori” ma che sarà “per i consumatori, la garanzia, la sicurezza e la qualità di prodotti certificati bio”. Il governo, tra l’altro, nel corso della presentazione del marchio ha reso noto che oltre il 95% delle imprese che hanno avuto controlli è risultato in regola.
Quello che per ora è certo, tuttavia, è che in attesa degli effetti benefici del marchio (se ve ne saranno di sensibili), il settore dovrà per davvero rivedere la struttura dei costi e le scelte di mercato. Un passo obbligato anche per le produzioni agricole biologiche, così come lo è già da tempo per il resto dell’agricoltura e dell’agroalimentare italiani.