Fatti
Siamo proprio sicuri sicuri che il rapporto deficit-Pil al 3,1% – per la precisione al 3,07% – sia stato subìto dal ministero dell’Economia, e non invece “accettato”? Perché i sorrisini maliziosi di due ex ministri dell’Economia della stessa area politica di Giancarlo Giorgetti (Tremonti e Tria) sottintendono che… non tutto il male viene per nuocere. Insomma, quella manciata di miliardi di spese impreviste che ha fatto saltare la soglia – poi la spiegheremo meglio – non poteva essere tamponata con qualche manovra di bilancio come si è sempre fatto negli anni scorsi? È stata disattenzione, forza maggiore o volontà?
Si dirà: per il governo è stato uno smacco, l’Italia rimane sotto procedura d’infrazione da parte dell’Ue (è il meccanismo di controllo e correzione previsto dall’Unione Europea per gli Stati membri che superano i limiti di bilancio stabiliti dai trattati) per spesa pubblica eccessiva. Far vedere in giro che siamo un Paese virtuoso è, sarebbe, una medaglia.
Perfetto. Ma guardiamo all’oggi, quand’è già iniziata una campagna elettorale che sarà lunga da otto mesi ad un anno. Laddove si alzano voci anche dentro la maggioranza di governo che chiedono lo “scostamento”, insomma di aumentare la spesa pubblica che male certo non fa davanti agli elettori. Ma farebbe male ai conti pubblici di un Paese che ha un debito colossale, sul quale paga decine di miliardi di euro ogni anno di interessi.
Diceva quel tale che a pensare male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca. Però stiamo all’ufficialità, al dispiacere governativo, alle polemiche tra esecutivo e Istat che ha certificato i conti. Che raccontano di un Paese in cui negli ultimi mesi sono aumentate sia le entrate che le uscite, “purtroppo” con una velocità lievemente diversa.
Il tutto evidenzia due fatti, contrapposti, per giudicare l’azione di governo. Negli ultimi tre anni il rigore nei conti pubblici è stato notevole e ha messo una grossa pezza ai giganteschi buchi di bilancio lasciati dai governi precedenti (uno su tutti, il superbonus 110%). Questo ha ridato credibilità all’Italia anche sul fronte finanziario, laddove non siamo più la cenerentola d’Europa: lo testimoniano i valori dei Btp.
D’altro canto, però, l’attenzione è stata massima per le spese, molto minore per le entrate. Cioè il Paese non ha prodotto nuova ricchezza, visto che dal 2023 il Pil è cresciuto solo del 2,6%. Certo, non è il Governo che direttamente produce ricchezza, ma è un esecutivo che crea (o meno) le condizioni affinché questo possa avvenire. Ci sarebbero cento scusanti – guerre, shock energetico, difficoltà dei Paesi importatori –, ma il confronto con altri Paesi europei evidenzia tutta la nostra staticità.
Ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno. Meglio essere virtuosi che finire come un Paese sudamericano in bancarotta. Campare tranquilli, piuttosto che campare in braghe di tela. Per ora.