Idee | Lettera.D
A cosa serve ricordare gli otto secoli dalla morte di un santo? La domanda giunge al culmine dell’anniversario che celebra Francesco di Assisi, che imperversa da quattro anni. Da quando cioè è partito il lungo Giubileo francescano: dal 2023 per gli ottocento anni dal primo presepio di Greccio. Poi il 2024 per l’ottavo secolo dalle stimmate della Verna. Il 2025 per gli otto secoli dalla composizione del Cantico di Frate Sole. Fino a giungere al 2026, ottavo centenario della morte di Francesco. Quattro anni per arrivare al 4 ottobre, e non solo per una questione anagrafica o di algidi anniversari.
Quanto stiamo celebrando ora è un “momento” del cuore che rimanda allo stesso tempo a una dimensione nazionale e a un passaggio epocale. Prima di addentrarci in questi tre passaggi, tuttavia, occorre però ammettere che parlare di Francesco senza averlo fisicamente incontrato è alquanto difficile. Chi scrive – e lo fa con l’umiltà che il ricordo pretende – Francesco l’ha avvicinato grazie all’opportunità storica vissuta come uno dei 370 mila che hanno avuto la possibilità di “vederlo” tra il febbraio e marzo scorsi, in occasione dell’ostensione straordinaria dei suoi resti mortali.
Un mucchietto d’ossa è tutto ciò che rimane del misero corpo di Francesco ad Assisi, che la sera fra il 3 e 4 ottobre 1226, a pochi metri dalla Porziuncola ai piedi di Assisi, veniva posto a terra in attesa del suo ultimo respiro.
Un’esperienza del cuore, appunto, doppiamente preziosa, l’ostensione. Nove giorni come volontario, dall’alba al tramonto, accogliendo nella Basilica assisiate fino a 13 mila persone al giorno, hanno significato toccare con mano la fede di moltissimi italiani e poter assaggiare la vita dei frati del Sacro Convento. Ma, soprattutto, in questa speciale circostanza in cui assolvevo al compito dell’accoglienza, ho avuto la possibilità unica di assistere, nel cuore della notte del 25 febbraio, all’analisi forense delle ossa (nella teca dentro la Basilica chiusa), condotta da un luminare dell’Università di Parigi, chiamato ad Assisi per analizzare i segni e le patologie di quel corpo venerato. Due ore in tutto, immersi nel silenzio della Basilica chiusa, durante le quali, scattando fotografie ad altissima risoluzione, lo scienziato commentava tutto ciò che osservava con occhio clinico, in un’atmosfera inedita, allo stesso tempo scientifica e religiosa: un manipolo di uomini nella grande chiesa al cospetto di un’esperienza capace di cambiare la percezione di Francesco e lo sguardo con cui guardarlo.
Trascorsa la notte, al mattino è ripreso il fiume di persone, con bambini, giovani, adulti e anziani, tutti sereni e senza alcuna forma di bigottismo, che diligentemente attendevano sapendo di sostare solo il tempo di una rapida preghiera davanti al corpo del santo. Il clima era da “perfetta letizia”, dentro e fuori il Sacro Convento, lontano dal grande battage di libri, spettacoli e documentari sul tema, a cui stiamo assistendo in questi mesi: era quello il vero “cuore pulsante” di questo anniversario.
La dimensione nazionale di questo anniversario è la restituzione all’Italia di un giorno veramente di festa: il 4 ottobre. Un atto dovuto, dopo l’abolizione (assieme all’Epifania) del 1977, per «contenere il costo del lavoro» come allora fu detto agli italiani. Così oggi ci viene restituita l’idea di un Francesco protettore del nostro Paese, nonché il primo degli italiani (fondatore della lingua nazionale, grazie al suo Cantico universale), come fu pensato quel 18 giugno 1939, quando Francesco fu eletto a nostro patrono.
Infine, il “passaggio epocale” che ha rappresentato la vita dell’assisiate e che, ancora oggi, ci spinge a chiederci: a ormai 800 anni, ma qual messaggio ha Francesco per il nostro futuro? Il suo nome e la sua testimonianza sono importanti oggi più che mai, per contrastare i “nuovi mostri” che si sono affacciati sulla scena internazionale, in molti casi anche in posizione di governo. Un Francesco piccolino e povero contro i “giganti” della geopolitica, degli armamenti, dell’intelligenza artificiale, dell’economia, che tengono in pugno il destino di miliardi di persone. In questo shakerato mondo, abbiamo la necessità di
sentire ancora la voce di Francesco, se non altro come ultima spiaggia per non sprofondare nella palude delle paure e angosce quotidiane. Non come palliativo o viatico, ma come messaggio che ci sostenga contro le avversità dei tempi bui. Francesco ha lasciato il segno attraverso gesti e parole e ancora oggi cammina per le nostre strade e città, tra la nostra gente. Ma c’è ancora qualcuno disposto ad ascoltarlo?