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Fra’ Gilberto Depeder, francescano conventuale originario del Trentino, è docente di Teologia trinitaria alla Facoltà teologica del Triveneto. Vive all’Istituto teologico Sant’Antonio dottore di Padova, dove è responsabile della Scuola di formazione teologica per laici e degli incontri di lectio divina mensili.
Abbiamo chiesto a fra’ Gilberto di parlarci di san Francesco d’Assisi nel mese che rappresenta il cuore del giubileo francescano. E desideriamo partire dall’amore per la natura e il creato di Francesco. «In questo anno giubilare francescano, a ottocento anni dalla morte del santo di Assisi, tante persone più o meno famose hanno scritto, parlato e cantato di lui, ammirando e talvolta ammiccando a qualche aspetto della sua vita – esordisce fra’ Gilberto Depeder – È ad esempio molto comune parlare di Francesco come di un ambientalista o ecologista ante litteram. Che cos’è però che caratterizza e motiva il suo amore per la natura e gli animali? È la presa di consapevolezza del proprio essere creatura, dentro un mondo variegato e bellissimo, in relazione a Dio Creatore. La propria piccolezza e fragilità, mentre è accolta e assunta con stupore e gratitudine in quanto rivela la grandezza di Dio e il suo amore provvidente, invita a prendersi cura di ogni creatura. Non solo gli uomini e le donne, ma anche gli animali e gli astri, il fuoco, l’acqua e l’intera “nostra madre terra” sono riconosciuti come fratello e sorella, testimonianza e tramite della bontà dell’“altissimo, onnipotente, bon Signore”. In questo senso, possiamo e dobbiamo affermare (molto francescanamente!) che ferire le creature e contribuire al degrado ambientale significa misconoscere il proprio posto e la propria responsabilità nel mondo, rompendo l’armonia di una creazione uscita tutta buona dalle mani di Dio».
Francesco è un portabandiera anche dell’universo pacifista, ma la sua fede, il suo rapporto con Dio e con il prossimo era davvero così irenico, così “pacifista”?
«Francesco era un uomo di pace, perché aveva prima di tutto fatto pace con se stesso, con i propri sogni di gloria e di affermazione sociale. Riconoscersi come creatura amata gratuitamente da Dio nella propria unicità, fragile e bellissima, infonde una profonda libertà interiore e dona la capacità di portare pace a tutti, perché ciascuno si sente raggiunto su un terreno di concreta e autentica prossimità umana. Così ha fatto Francesco: con il fratello insicuro e con il sultano saraceno, nei confronti delle donne che gli sono state amiche e con il signor papa. Per questo, chi incontra un uomo di pace come Francesco si ritrova smascherato nelle pretese di accrescere il benessere e la sicurezza personale con l’uso della forza e l’abuso del proprio potere a discapito dei più deboli, per provare a nascondere la propria insicurezza. “Il Signore vi dia pace” è il saluto e insieme l’annuncio liberante che Francesco continua ad affidare a tutti, oggi come allora».
Francesco ha abbandonato tutto per riparare la Chiesa di Gesù. Di che cosa aveva bisogno la Chiesa nel 12° secolo?
«In estrema sintesi, direi che la Chiesa del 12°-13° secolo (e non solo!) aveva bisogno di un ritorno allo spirito autentico del Vangelo di Gesù, amato profondamente, vissuto senza mezzi termini e annunciato con coraggio. Altri movimenti di riforma del tempo avvertivano tale esigenza, ma correvano il rischio di condannare “dal di fuori” e “dall’alto” della loro presunta perfezione le mancanze della Chiesa. Francesco è mosso invece da un amore sincero e filiale per la madre Chiesa, per il papa, per i sacerdoti, per tutti i fratelli e le sorelle dei quali si riconosceva “frate minore”. Se la scelta radicale della povertà aveva spaventato inizialmente Innocenzo III, al quale Francesco aveva chiesto una prima approvazione della Regola, essa si rivelò poi, insieme alla fraternità (più concretamente: al dono dei fratelli… e delle sorelle!), la “ricchezza” più grande che il santo di Assisi abbia lasciato in eredità alla Chiesa e al mondo».
La chiesa del Corpus Domini, a Padova, è aperta giorno e notte per l’adorazione eucaristica. Qual era il rapporto di Francesco con l’eucaristia?
«Francesco, descritto dal primo biografo non tanto come un uomo che prega, ma come “uomo fatto preghiera”, ha parole intense e bellissime sull’eucaristia, che egli accosta significativamente al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio: “Ecco, ogni giorno Egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno Egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote” (Ammonizione I). E poi, nella Lettera a tutto l’Ordine, colmo di stupore e gratitudine, scioglie il cuore in un commovente canto di lode: “Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nelle mani del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!”. Ecco quindi l’invito accorato che Francesco rivolge ancora a noi, perché la nostra vita diventi sempre più un’eucaristia vissuta: “Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla dunque di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che tutto a voi si offre”».
Intenzione di preghiera del papa
Preghiamo affinché la pastorale della salute mentale si integri in tutta la Chiesa, aiutando a superare lo stigma e la discriminazione nei confronti delle persone con malattie mentali.
Intenzione dei vescovi
Ti preghiamo, Signore, donaci di essere una Chiesa capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare perché coloro che ti cercano ti possano trovare.
Intenzione del clero
Cuore di Gesù, accogli le tristezze e le fatiche dei presbiteri, perché trovino in te un rifugio sicuro e il ristoro necessario per donarsi con maggiore generosità ai loro fratelli.