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La questione è sempre più stringente e, di conseguenza, l’appello è accorato. La diffusione, ampia e inarrestabile, delle pratiche digitali sta incidendo sempre di più su quella che viene definita la soglia di attenzione di ogni persona. L’esito di questo processo è una sorta di disattenzione generalizzata. In un certo senso, è come restare a galla, senza provare il movimento coordinato di braccia e gambe che permette di muoversi in acqua con scioltezza. L’urgenza di questo momento è data dalla superficialità con cui ci si “relaziona” con i vari dispositivi e con i flussi informativi o comunicativi che transitano attraverso di essi. La situazione attuale corrisponde esattamente al contrasto bulimico-anoressico: la mole di informazioni di cui oggi disponiamo non porta in dote il medesimo interesse. Siamo bulimici di contenuti e, allo stesso tempo, anoressici di attenzione e partecipazione.
La deriva di questo processo è che, senza rendercene conto, stiamo modificando l’essenza stessa della comunicazione, ovvero la dimensione relazionale. Non è una condanna dello sviluppo mediatico – anche perché sarebbe fuori luogo -, ma una chiamata alla responsabilità, a una presa di coscienza di chi stiamo diventando e di ciò che stiamo costruendo. In poche parole, è un invito alla conversione. In questo senso il tema scelto da Leone XIV per la 61ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali pone in evidenza un aspetto determinante, che suona come un’esplicitazione della richiesta di assumere “uno sguardo nuovo”, ovvero “prestare attenzione nell’era del clickbait”.
I termini “clickbait” e “attenzione” dicono già tutto. Il primo indica l’esca con cui si attira la preda, e il clic è il boccone che la trattiene. È la logica della cattura, non della relazione: si reagisce anziché comprendere, si etichetta anziché incontrare, e l’altro si riduce a un profilo. Il secondo deriva dal latino ad-tendere, protendersi verso: non uno stato ma un movimento, come le braccia che si allungano nell’acqua, senza le quali si galleggia ma non si avanza. Per questo nel tema si usa un verbo ben preciso: “prestare”. L’attenzione non si vende né si cattura, si affida. Simone Weil la chiama “la forma più rara e più pura di generosità”. All’esca si risponde, dunque, non con il disinteresse, ma con il dono.
Nessuno sguardo nuovo nasce per decreto: richiede una disciplina. Il comunicato del Dicastero per la comunicazione, illustrando la scelta tematica, parla di “igiene dell’attenzione” (cfr Magnifica humanitas, 146), e l’immagine è felice. L’igiene non è un lusso, ma una condizione di salute: così la cura di ciò che si lascia entrare nella propria vita interiore è una forma elementare di rispetto per sé e per gli altri. Vuol dire scegliere che cosa guardare e per quanto tempo; riconoscere i meccanismi che sollecitano senza assecondarli; concedersi lentezza, silenzio, sosta; custodire spazi non ottimizzati, in cui nulla ci vende niente. È un habitus da acquisire con l’esercizio e consolidare con la fedeltà.
Vale per chi comunica per professione e per chiunque affidi a un post, a un messaggio, a un’immagine, un frammento di sé. Ogni parola implica una scelta sull’attenzione altrui: la sfrutto o la servo? Per la comunicazione cristiana la risposta non può che essere evangelica: non la sorpresa fabbricata, ma la verità offerta; non l’esca, ma il pane condiviso. Ciò non chiede di rinunciare alla creatività o alla forza dei contenuti, nella diversità delle loro forme. Chiede, piuttosto, di non dimenticare mai che dall’altra parte c’è un volto, una storia…
Perché la comunicazione, ricorda il comunicato del Dicastero, non è fatta soltanto di parole: coinvolge la persona intera e chiede di tornare a guardare, ascoltare e sentire, per poter rispondere alla chiamata che Cristo ci rivolge. Lo sguardo di Gesù, “che vide e si lasciò toccare”, è il modello: non uno sguardo che cattura, ma che chiama per nome. Chi è stato guardato così impara a guardare allo stesso modo, e la sua comunicazione cambia, perché il suo sguardo sceglie di incontrare l’altro anziché giudicarlo.
Ritorna l’immagine dell’acqua. In un ambiente che ci tiene facilmente a galla, sostenuti dalla corrente dei contenuti, la conversione richiesta è imparare di nuovo a nuotare: coordinare sguardo, ascolto e cuore, protendersi, avanzare. Costa fatica, come ogni attenzione. Ma è l’unico movimento che ci porta da qualche parte, e soprattutto verso qualcuno. Non si tratta di vincere la battaglia per pochi istanti di interesse nel flusso interminabile dei contenuti, ma di decidere di chi e di che cosa prenderci cura con il nostro sguardo. È qui che l’era del “clickbait” può diventare anche un’occasione: quella di riscoprire, nella fatica di prestare attenzione, il volto di chi ci sta accanto, e di custodire come una brace quel poco di attenzione che ci è dato, perché non si spenga.