Fatti
Fiori e piante italiane piacciono a tutto il mondo. Questa sembra essere la realtà di un comparto che, a conti fatti, vale qualche miliardo di euro in termini di produzione e esportazioni ma che, al pari del resto della produzione agricola nazionale, deve fare i conti con una serie di problemi di non poca importanza.
I conti li hanno fatti i coltivatori diretti, e sono conti di tutto rispetto. Nel 2025 le vendite all’estero di piante e fiori italiani hanno fatto segnare un traguardo definito “storico” arrivando a sfiorare un valore di 1,3 miliardi di euro. In termini generali, poi, il florovivaismo si conferma – dice una nota Coldiretti – “uno dei comparti di maggiore rilievo dell’agricoltura italiana, con un valore della produzione che nel 2025 ha superato i 3,5 miliardi di euro: circa 1,9 miliardi riconducibili al vivaismo e 1,6 miliardi alla floricoltura”. Dietro a questo giro d’affari ci sono circa 19mila imprese, attive su una superficie complessiva di 30mila ettari. La Toscana è la principale regione produttiva, con quasi un terzo del valore nazionale, seguita da Liguria e Sicilia. Tra le altre realtà di maggiore peso figurano Lombardia, Lazio, Campania e Puglia.
Numeri importanti, dunque, che non devono però nascondere troppo una realtà fatta di difficoltà a far quadrare i bilanci e di problemi di mercato notevoli. Ancora i coltivatori spiegano come la guerra in Iran abbia “mostrato come le tensioni geopolitiche possano causare gravi problemi, facendo impennare i costi di fertilizzanti, gasolio e materie plastiche e causando rallentamenti delle rotte marittime che hanno penalizzato in modo particolare un comparto caratterizzato da produzioni altamente deperibili”. Detto in altro modo, quello del florovivaismo è uno di quei comparti agricoli che, forse più di altri, sta soffrendo parecchio delle vicende politiche internazionali. Lo dimostrano d’altra parte alcuni dati resi noti dagli stessi coltivatori: le esportazioni nei Paesi asiatici e mediorientali sono diminuite in valore del 21% nel mese di aprile e del 36% in quello di maggio. I vivaisti e i floricoltori applicano però per davvero il concetto di resilienza visto che il primo semestre dell’anno si è chiuso con una sostanziale tenuta delle vendite all’estero.
Che in ogni caso il settore abbia bisogno di investimenti e aiuti è evidente. Sul fronte internazionale, i coltivatori chiedono “misure efficaci per sostenere lo sforzo delle aziende tricolori dal punto di vista dell’internazionalizzazione”. Risorse finanziarie magari non dirette, ma utilizzate per far conoscere meglio le produzioni florovivaistiche nostrane. Anche guardando alla produzione è tuttavia necessario fare qualcosa. Il sostegno alla competitività passa per gli investimenti nei vivai e nella ricerca in generale, nelle nuove tecnologie e nella formazione. I coltivatori si lamentano poi per l’applicazione impropria della Tari sulle superfici produttive, che non generano rifiuti urbani. E chiedono anche “strumenti efficaci contro il rischio climatico” così come accordi commerciali, procedure semplificate e attività di promozione, oltre a una maggiore attenzione alle esigenze specifiche del florovivaismo a livello europeo. Necessario, inoltre, abbattere le barriere fitosanitarie e facilitare l’accesso alle fiere di settore mondiali. Tutto senza dimenticare che florovivaismo significa anche produzione di materiali essenziali per l’avvio di tutte le più importanti coltivazioni arboree (da qui tra l’altro la possibilità di usare le Tea, le nuove tecniche genomiche capaci di assicurare una maggiore resistenza delle piante agli effetti dei cambiamenti climatici).
Potrà avvenire tutto questo? Difficile dirlo sicurezza. Quello che è certo è che anche il florovivaismo da un lato soffre degli stessi problemi del resto della produzione agricola e, dall’altro, ne costituisce una parte importante e imprescindibile.