Idee | Lettera.D
Il tempo non cancella le fondamenta, ne mette alla prova la tenuta. Guardare oggi, a sette decenni di distanza, a quel 23 ottobre 1956 significa fare molto più che un esercizio di memoria. Significa riconoscere il valore profetico di un gesto che ha cambiato la storia dell’assistenza e la cultura dell’inclusione nel nostro territorio. Quel giorno, a Sarmeola di Rubano, in provincia di Padova, l’allora patriarca di Venezia Angelo Roncalli – il futuro papa Giovanni XXIII – benediceva la prima pietra dell’Opera della Provvidenza S. Antonio (Opsa), nata dall’intuizione evangelica e dalla sensibilità francescana del vescovo di Padova, mons. Girolamo Bortignon, nel corso della sua prima visita pastorale alla Diocesi.
Quell’atto non fu la semplice inaugurazione di un cantiere edile, ma la nascita di una promessa. Infatti, rileggendo questi settant’anni, risulta evidente come quella pietra sia stata la prima ma non l’unica. Dagli anni Cinquanta a oggi sono cambiate (più volte) la società, l’organizzazione dei servizi, la sensibilità nei confronti della disabilità e della non autosufficienza. Quella pietra è stata seguita da molte altre che hanno fatto diventare casa questo luogo, risposta ai bisogni che sono stati colti progressivamente. Oggi, non basta ricordare i grandi nomi del passato, le visite storiche o le figure istituzionali ed ecclesiali che hanno incrociato questo cammino; è necessario continuare a mettere altre pietre su quella pietra. L’avvio degli Ambiti Territoriali Sociali (che introduce un sistema di governance integrata e associata del welfare locale), la piena operatività dal prossimo gennaio della legge sulla disabilità (che modifica profondamente il sistema di riconoscimento e di presa in carico), l’approvazione in Veneto della legge sui caregiver (per il riconoscimento e il sostegno dei familiari) comportano dei cambiamenti che anche per l’Opsa diventeranno un’opportunità se continuerà a essere un laboratorio sociale aperto, pronto a stringere alleanze e collaborazioni con nuovi partner istituzionali, clinici, tecnologici e del Terzo Settore per intercettare e governare le sfide inedite del welfare moderno.
Una pietra, per quanto prima di una lunga serie, rimane un’entità inanimata, senza la carità. Ed è grazie alla carità che realtà come la nostra diventano Casa, a patto però che la cura sia assunta con carità non per carità. Non si tratta di giocare con le preposizioni ma di trovare la via per uscire dalla logica assistenzialistica, che ha come obiettivo tranquillizzare la coscienza del buono di turno più che garantire la dignità e i diritti dell’assistito. Non si può dare per carità ciò che è dovuto per giustizia! Da san Giovanni XXIII a papa Leone, tutti i pontefici ribadiscono che la testimonianza cristiana della carità richiede un impegno concreto per il bene comune e la giustizia sociale. Garantire a ogni persona con disabilità, anche grave, o affetta da decadimento cognitivo le migliori condizioni di assistenza, di cura medica avanzata e di reale socializzazione è il riconoscimento concreto dei diritti soggettivi che spettano a ogni individuo in quanto cittadino, parte integrante e inalienabile del corpo sociale. Proprio per questo la nascita e lo sviluppo costante dell’Opera vanno letti nel contesto della Dottrina Sociale della Chiesa, stupendamente definita da papa Leone una teologia della comunione nella storia, un luogo in cui la Parola, divenuta carne, continua a farsi dialogo, memoria e profezia.
Parlare di uguaglianza e dignità ci riporta inevitabilmente a quella prima pietra del 1956. La dignità non dipende dalle capacità produttive, economiche o cognitive di una persona; essa è intrinseca alla vita stessa. L’uguaglianza si realizza compiutamente solo nel momento in cui la comunità civile e le istituzioni si fanno carico delle diseguaglianze di partenza, offrendo a chi è più fragile le tutele e gli strumenti idonei per vivere un’esistenza piena, rispettata e integrata. Si apre una fase nuova nella collaborazione tra pubblica amministrazione ed enti del Terzo Settore: coprogrammazione, coprogettazione e compartecipazione sono strumenti preziosi, perché le sfide del futuro richiedono flessibilità, alta specializzazione e una spiccata capacità di fare rete. L’invecchiamento della popolazione, la comparsa di nuove patologie degenerative e la necessità di supportare i caregiver richiedono risposte personalizzate, moduli di cura dinamici e tanta collaborazione. L’Opsa c’è! Dopo settant’anni si sente impegnata, come all’inizio, alla costante revisione ed evoluzione dei modelli assistenziali, all’apertura di nuovi servizi (prossimamente l’hospice e la casa per anziani autosufficienti), investendo sulla formazione continua del personale, sulle nuove tecnologie riabilitative e su eventi aperti al territorio capaci di abbattere le barriere del pregiudizio.
Poggiare nuove pietre significa, in definitiva, non fermarsi mai. La prima pietra posata settant’anni fa da Roncalli e Bortignon non è un reperto archeologico da venerare, ma la radice viva di un albero che continua a produrre frutti. Continuare a costruire su quelle fondamenta significa garantire che l’Opera della Provvidenza S. Antonio rimanga, anche nei decenni a venire, un presidio di umanità, assicurando a ogni cittadino, soprattutto al più debole, la dignità che gli spetta di diritto.