Idee | Lettera.D
Ci sono milioni di bambini nel mondo che non fanno notizia, relegati ai margini dei grandi problemi globali. Ma basta prestare loro un po’ di attenzione, perché ci sia un benefico rigurgito di coscienza, perché sono loro lo specchio della nostra umanità, nel bene e nel male. Sono bambini che soffrono e sono minacciati, patiscono la fame e la miseria, muoiono a causa della denutrizione, vittime della guerra, innocenti in balia di persone senza scrupoli. Tra loro ci sono i bambini delle migrazioni, i “minori non accompagnati” sui quali si concentra il messaggio di papa Leone in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. «I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali – scrive il pontefice – Sono volti concreti, storie uniche,
che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani». Ogni loro
singola vita ha un valore inestimabile. E “Anche uno solo di questi bambini” (cfr Mt 18,10) – questo è il titolo del messaggio del papa – ci deve interrogare, far riflettere, e far agire di conseguenza.
Sono i loro occhi indifesi che ci interrogano. Sono occhi spalancati di meraviglia timorosa, uguali a quelli dei bambini italiani che alla fine del secolo scorso si imbarcavano sui bastimenti e partivano con la famiglia per andare in Merica a sercar fortuna. Sono gli stessi sguardi dei bambini che approdano sulle nostre spiagge dopo viaggi da paura nell’attraversamento del Mediterraneo e dell’Adriatico.
Sono i protagonisti di storie ripetute così tante volte, che ormai non se ne dà più notizia. Al punto che la cronaca di uno sbarco sulle coste italiane avvenuto più di vent’anni fa sembra cronaca di oggi. È quello della nave-carretta
“Vodolei”, approdata nel 1999 nel porto di Otranto dopo 14 giorni in balia delle onde tra Adriatico e Ionio, con a bordo 112 bambini, 49 donne e 160 uomini. Per la maggior parte curdi di etnia turca e irachena, ma anche algerini,
marocchini, pachistani. Allora pagavano 2.500 dollari a testa per il viaggio, mille dollari per i bambini. Non c’era alternativa alla sopravvivenza e, pur rischiando la vita a ogni onda alta, ce l’avevano comunque fatta a toccare terra. Tanti altri la vita l’avevano persa, e troppi dopo di loro, sepolti in fondo ai nostri mari diventati cimiteri senza croci e senza nomi.
Dopo tanti anni sempre la stessa storia, ripetuta continuamente, priva di risposte adeguate e ormai anche di domande. Ma almeno una domanda sopravvive: possibile che non si possa impostare la “gestione dei flussi migratori” in modo intelligente e coscienzioso? Si risponderà che è un problema complesso e di sempre. Ma all’inizio, quando cinquant’anni fa l’Italia aveva iniziato a essere Paese di immigrazione, la questione era stata avviata bene, meglio di adesso. Ora si è tornati indietro, alla casella di partenza: prevalgono gli slogan meschini del “prima noi” e dell’“aiutiamoli a casa loro”; le paure, le chiusure, la narrativa che seleziona i fatti problematici e accantona quelli edificanti. Si continuano a investire risorse più nel respingere che nell’integrare. E gli immigrati sono sempre a rischio di rigurgiti, chiusure incontrollate, becere intolleranze, bassi calcoli politici in tutto il contesto europeo.
Ma gli immigrati, lo si deve riconoscere, sono gente tosta, capaci di affrontare qualsiasi genere di difficoltà, avendo dalla loro parte la voglia di riscatto e la determinazione a costruire un futuro. Si dovrebbero ringraziare anche per questa spinta ideale, assieme al fatto che un mondo senza di loro non è possibile, per il semplice motivo che tutti i contesti sociali si strutturano nell’incontro tra culture diverse, vivono e sopravvivono grazie all’apertura e alla capacità di convivere.
Sono le seconde generazioni di immigrati, le ragazze e i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri o giunti in Italia da altri contesti culturali, a essere il futuro e all’avanguardia di questo processo di apertura e di integrazione. Sono le scuole che da lungo tempo registrano questo cambio di marcia. Basta aprire gli occhi per vedere che nelle scuole italiane sono presenti 192 nazionalità su 194 (mancano solo Lesotho e Vanuatu) con una molteplicità di lingue, culture e abitudini, che ha superato il monoculturalismo per dirigersi verso un consapevole progetto di intercultura.
Un passo significativo verso questa direzione sarebbe la revisione della legge sulla cittadinanza, che nel referendum di due anni fa è stata gettata a mare, com’è la sorte di tante vite, perché non se ne è capita la portata.
Ancora si fa fatica a capire che siamo di fronte a una scommessa posta in cima alle cosiddette sfide del nostro tempo, quelle che determineranno il nostro futuro: la capacità di pensare e costruire una nuova “società coesa”, fondata non tanto sulla difesa delle culture quanto piuttosto sull’incontro, per favorirne la relazione e lo scambio.
I ragazzi e i giovani italiani e immigrati hanno questa visione di futuro. Per questo sono la nostra speranza.