Storie
Una casa dentro l’altra. Lucia Regini e Giorgio Cocchiglia, il posto dove vogliono vivere l’hanno concepito così, con tre nomi sul campanello e due famiglie che ci abitano, quella composta da loro due e dall’ultimo dei loro tre figli, e quella che ospitano. Attualmente, una mamma coi suoi quattro figli, rifugiati politici, che vi rimarranno fino a quando non troveranno una soluzione alternativa e duratura. L’ingresso è comune, ma lo spazio è autonomo, con le camere da letto grandi, la zona giorno, la cucina e il bagno, nel piano mansardato di un edificio bianco. «L’abbiamo comprato appositamente per questo – sottolinea Lucia – Per farlo, abbiamo venduto l’appartamento all’Arcella, la casa dove pensavamo di vivere per sempre. Poi sono successe delle cose che ci hanno indotto a cambiare il nostro progetto di vita».
Cosa è successo?
«Avevamo ospitato tre donne ucraine per quattro mesi, ancora all’inizio del conflitto, ed è stata la nostra prima esperienza di convivenza, attraverso la Comunità di Sant’Egidio, che nel febbraio 2023 ci ha invitati a un’udienza con il papa, dedicata alle famiglie ospitanti e alle persone ospitate. Lì siamo venuti a contatto con il problema della migrazione. Ci ha toccati soprattutto la testimonianza di queste persone. E ci siamo chiesti: cosa possiamo fare? Abbiamo messo in vendita casa nostra e ne abbiamo cercata una più grande, per noi e per un’altra famiglia. Era tutta da risistemare e abbiamo fatto da soli tutto quello che potevamo, per abbassare un po’ i costi, che sono stati molto più alti del previsto. Ma dal momento in cui abbiamo deciso, non abbiamo più avuto dubbi. Poi le persone ti aiutano».
In che senso?
«Quando abbiamo deciso di fare questo salto senza paracadute, avevamo messo da parte qualcosa per ristrutturare casa, che poi non è bastato. Ci tengo a dire che, senza chiederlo, degli amici ci hanno detto: “Conosciamo il vostro progetto. Noi non ce la sentiremmo di fare una cosa del genere, però vi anticipiamo la somma della vendita del vostro appartamento finché non lo vendete”. Un prestito che ci ha permesso di realizzare questo progetto, intrapreso sicuramente con un po’ di incoscienza. Senza la quale però, non si fa niente».
Come è stato l’incontro con la famiglia che ora ospitate?
«Una volta ultimati i lavori, abbiamo comunicato alla Comunità di Sant’Egidio che potevamo ospitare una famiglia di cinque o sei persone e dopo qualche mese ci hanno chiesto di accoglierne una del Sudan. Una mamma con quattro figli, dai 18 ai 23 anni. Il papà è morto nella guerra civile e loro sono scappati, sono rimasti in un campo profughi in Etiopia per tre anni e hanno chiesto di poter venire in Italia. Ma non è facile trovare posto per cinque persone, invece per noi è stata l’occasione giusta. Sono arrivati il 3 ottobre dello scorso anno».
Come si è sviluppata la convivenza?
«In modo tranquillissimo. Brava la mamma e bravi i ragazzi. Non abbiamo avuto nessun problema, nemmeno nel quartiere, dove temevamo si potessero creare dei disagi. Invece è andato tutto benissimo. Ogni tanto ceniamo tutti quanti assieme. Abbiamo festeggiato i 18 anni della ragazza. Ho insegnato ai ragazzi un po’ di cucina italiana e la mamma mi ha insegnato a fare una torta. Lo scorso inverno un nostro amico è venuto a fare lezione ai ragazzi, due giorni alla settimana. Un’altra amica insegnava italiano alla mamma. Si è creata una rete, anche perché i nostri amici condividono gli stessi valori. Quello che non è facile è l’aspetto burocratico. Da soli sarebbe impossibile. Lo avevamo già sperimentato con le cittadine ucraine, ma loro avevano dei corridoi privilegiati e non è stato nulla in confronto a questo».
C’è un progetto per loro?
«Quando arrivano le persone con i corridoi umanitari, stipulano con la Comunità di Sant’Egidio un accordo, in base al quale hanno due anni per cercare di rendersi autonomi. Poi naturalmente ognuno ha i suoi tempi, ma avere una scadenza è uno stimolo per darsi da fare».
E come sta andando?
«Quando sono arrivati, la ragazza era ancora minorenne e ha potuto iniziare quasi subito il corso di italiano e dare l’esame di terza media a giugno. I tre più grandi hanno iniziato il corso a febbraio e sono pronti per le scuole superiori serali. Dovranno sia lavorare che studiare, anche se lo studio non è obbligatorio, loro ci tengono. La mamma era insegnante all’università. L’anno scorso ha seguito il corso di italiano per stranieri che fanno in parrocchia e poi ha iniziato al Cpia, al Centro provinciale per l’istruzione degli adulti. Quindi bene».
E dopo vorreste rifare questa esperienza?
«Ma noi l’abbiamo fatta apposta questa casa. Altrimenti – conclude Lucia sorridendo – non ci saremmo impelagati così tanto!».
Lucia Regini è volontaria alle Cucine economiche popolari. Un impegno indipendente dal progetto di accoglienza, ma con alcuni punti in comune. «Io e Giorgio ci siamo conosciuti nel volontariato, in un campo di lavoro nel 1986, a 300 chilometri da qui. Si lavorava per risistemare edifici per case di accoglienza e di recupero, per fare qualcosa di pratico e questa è sempre stata la nostra caratteristica: cercare di rendere concreto quello in cui crediamo. Avevo da tanto tempo l’idea di fare volontariato alle Cucine, perché in una di quelle esperienze ero stata a contatto con una cucina popolare a Bologna e mi aveva toccato molto, soprattutto relazionarmi con quelli che, allora, erano gli ultimi. Mi ero ripromessa, un giorno, di fare servizio in una cucina popolare. E dato che a Padova ci sono le Cep, appena ho finito di lavorare – perché prima tra figli, lavoro e tante cose non ce l’avrei fatta – ho deciso di fare servizio lì. Sono per lo più allo sportello e servo il cibo agli ospiti. Quindi ho un rapporto di servizio, ma anche di comunicazione. Altre volte sono in sala. È un’esperienza molto diversa dall’accoglienza in casa propria, ma sono entrambe legate alla volontà di fare qualcosa di concreto per chi ne ha bisogno. Entrare in rapporto con le persone è una cosa molto importante che si fa anche alle Cep».
Lucia Regini e Giorgio Cocchiglia hanno venduto la loro casa all’Arcella, quella dove pensavano di vivere per sempre, e hanno acquistato “una casa dentro l’altra”: qui ci abitano due famiglie, la loro e una mamma coi suoi quattro figli, rifugiati politici, che vengono dal Sudan.