Fatti
Circa un credente su dodici, negli Stati Uniti, rischia di perdere lo status legale o vive sotto lo stesso tetto di qualcuno che corre questo rischio. E la “grande maggioranza” di chi oggi è soggetto a detenzione ed espulsione è cattolica o evangelica. Da qui prende forma A Call for Christian Compassion and Wisdom in the Immigration Debate, la dichiarazione diffusa a Washington da mons. Brendan Cahill, presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb), e dal pastore Walter Kim, presidente della National Association of Evangelicals (Nae). “La loro paura è la nostra paura, le loro lacrime tocca a noi asciugarle”, scrivono. È la prima dichiarazione sull’immigrazione firmata insieme da responsabili di primo piano delle due tradizioni.
Dignità, famiglia e Stato
Il testo arriva in una fase di forte aumento di fermi ed espulsioni, dopo che il governo federale ha revocato le protezioni legali a diversi gruppi di immigrati. A pagare il prezzo più alto sono le famiglie con componenti dallo status migratorio diverso, esposte alla minaccia della separazione. La dichiarazione poggia su tre verità della Scrittura. La prima è la dignità di ogni persona, che prima ancora di essere immigrata o nativa, regolare o irregolare, è creatura di Dio: “Questa dignità viene da Dio, non dal governo, e nessun potere terreno può cancellarla”. Da Rut la moabita fino a oggi, ricordano i firmatari, gli immigrati “possono portare rinnovamento” alle comunità che li accolgono, e per questo deplorano gli approcci che mettono i cittadini contro i non cittadini. La seconda verità è la famiglia, istituzione umana fondamentale da tutelare “nella legge e nella prassi”. La terza riconosce allo Stato il compito di garantire confini sicuri e politiche migratorie “ragionevoli”. I firmatari esprimono gratitudine alle forze dell’ordine, i cui agenti “portano anch’essi l’immagine di Dio” e spesso avvertono il peso di una “ferita morale” quando dovere e coscienza entrano in conflitto. Il richiamo a san Paolo diventa però anche un criterio di giudizio: concentrare i controlli sulla “maggioranza pacifica e produttiva”, anziché su chi intende fare del male, “non è un’espressione di Romani 13, ma un allontanamento da esso”. Strappare una madre ai figli, avvertono, significa creare “proprio le vedove e gli orfani che la Scrittura ci comanda di difendere”.
Una riforma affidata al Congresso
Il secondo nucleo del documento guarda alla politica. I canali legali per ottenere la residenza permanente sono “estremamente limitati e fuori dalla portata dei più”, e “solo il Congresso” ha il potere di intervenire. La maggioranza di cattolici ed evangelici, ricordano i firmatari, sostiene una riforma che offra ai residenti di lunga data opportunità concrete di regolarizzazione. Tre le direttrici indicate: controlli mirati, proporzionati e umani, nel rispetto del giusto processo, limiti rigorosi alla detenzione degli immigrati non violenti, soprattutto bambini e famiglie, e percorsi legali sicuri ed efficienti per lavoratori, familiari e richiedenti protezione. A ogni detenuto vanno garantite l’assistenza legale e quella dei cappellani, compresa la partecipazione ai sacramenti. Nel 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, il testo richiama il motto e pluribus unum e i versi di Emma Lazarus incisi sulla Statua della Libertà, e invita le congregazioni locali ad aprire spazi di formazione e dialogo sull’immigrazione. “Ciò che rende unica questa dichiarazione non è il contenuto, radicato in secoli di insegnamento e tradizione cristiana che abbiamo già affermato separatamente, ma la chiara unità che esiste tra noi in questo momento”, spiegano mons. Cahill e il pastore Kim, copresidenti dell’Evangelical-Catholic Dialogue on Immigration (Ecdi), avviato nel marzo 2026 con cinque membri evangelici e cinque cattolici. Il testo si chiude con un’invocazione: “Il Signore faccia di noi un popolo così, per un tempo come questo: capace di accogliere come siamo stati accolti e di amare come siamo stati amati per primi”.