Ha compiuto 75 anni il 24 settembre scorso il Laboratorio di restauro del libro e di opere su carta dell’abbazia di Praglia, un centro di eccellenza conosciuto a livello internazionale che vanta ben 30 mila beni librari e archivistici salvati e restituiti alla storia e agli studiosi, molti dei quali di straordinario valore storico e artistico. «Celebriamo oggi i 75 anni dalla fondazione del nostro Laboratorio di restauro, nato nel 1951 per rispondere alle devastazioni del patrimonio librario causate dalla Seconda guerra mondiale», ha ricordato l’abate Stefano Visintin in apertura del convegno “La regola e la cura – 75 anni di attività del laboratorio di restauro dell’abbazia di Praglia a tutela del patrimonio culturale” per celebrare l’anniversario. «È la dimostrazione – continua il padre abate – che la fedeltà alla regola benedettina può fondersi mirabilmente con l’alta specializzazione scientifica, facendo di Praglia un faro internazionale nella conservazione della memoria scritta». L’abbazia, ritenuta un luogo sicuro, durante il conflitto bellico aveva aperto le porte per custodire centinaia di manoscritti e opere d’arte provenienti dalle biblioteche del Veneto e di Trieste, divenendo al contempo luogo di accoglienza per perseguitati e sfollati. La concentrazione di codici a Praglia e la presenza a Padova della Direzione generale delle Accademie e Biblioteche ispirarono l’idea di creare un centro di restauro per l’Italia settentrionale, speculare alla Badia di Grottaferrata (Roma).
Fu così che, nei locali della storica spezieria del monastero, nell’ala sud del chiostro botanico, prese vita l’allora unico centro di restauro librario dell’Italia settentrionale. Il laboratorio, all’inizio “gabinetto”, nasce quindi come “clinica” per curare i codici feriti dalla guerra. Oggi lo scopo, più che di recupero sull’emergenza, che purtroppo esiste come nel caso dei documenti danneggiati dalle alluvioni, opera secondo l’ottica, e l’etica, della conservazione: intervento minimo, prevenzione, cura dei materiali e sostenibilità.
«In un’epoca dominata dal digitale – spiega Alberto Benato, attuale direttore del laboratorio e primo laico a occupare questa posizione – il restauro continua a difendere l’archeologia e il corpo fisico del libro, preservando la storia di ogni opera a noi affidataci anche nella sua fragilità materiale. La Regola di san Benedetto, col suo invito alla cura attenta e responsabile delle cose del monastero, offre una prospettiva nella quale il lavoro del restauratore può essere letto come autentico servizio alla memoria: prendersi cura di ciò che è stato affidato perché possa essere trasmesso alle generazioni future. Ieri abbiamo salvato i libri dal “grande naufragio” del conflitto mondiale; oggi rinnoviamo la nostra promessa di custodia per trasmettere questa memoria materiale alle generazioni future».
La vocazione al restauro si radica profondamente nella Regola di san Benedetto, che ha unito da sempre la preghiera e lo studio della Scrittura alla cura manuale dei codici, eredi dei tradizionali scriptoria monastici.
L’abate padre Gerardo Fornaroli intuì subito, alla fondazione del laboratorio, la necessità di una preparazione tecnica rigorosa e inviò i giovani monaci nei più importanti centri di alta specializzazione dell’epoca, come l’Istituto di patologia del libro di Roma, fondato da Alfonso Gallo, illustre studioso e oblato di Praglia, la Badia di Grottaferrata e l’Archivio Vaticano.
Il primo direttore del laboratorio, dal 1951 al 1956, fu padre Beda Campagnaro, cui seguì dal 1956 al 1969 padre Giuseppe Tamburrino, figura cardine della storia del laboratorio; citiamo ancora don Eusebio Datti e don Corrado Valerio, esperti tipografi e restauratori, ma una menzione speciale spetta a un laico, Mauro Rampazzo, entrato come apprendista a 14 anni nel 1968 e rimasto per oltre 43 anni punto di riferimento fondamentale.
La stampa dell’epoca lodò l’iniziativa come la nascita della “clinica dei libri”. In effetti, il laboratorio segnò l’abbandono di pratiche solo empiriche in favore di metodologie scientifiche, dalle analisi chimiche e biologiche oggi fondamentali prima di eseguire qualsiasi intervento, all’uso di materiali appositi come la carta giapponese.
Praglia opera oggi anche per la Fabbrica di san Pietro e per Diocesi, musei, istituzioni italiane e privati. Oltre al direttore Alberto Benato, attualmente vi lavorano i tecnici Eleonora Gallo, Jacopo Assenza, dom Luciano Gabrieli. È anche un polo formativo che accoglie studiosi dall’Italia e dall’estero e ha contribuito alla nascita di oltre venti laboratori di restauro nel mondo.