Ritrovata e restaurata: torna ora alla sua funzione originaria la cappella di San Massimo, voluta dal vescovo Pietro Donato (1390-1447) all’interno del suo progetto di decoro del palazzo vescovile di Padova. Un lavoro di recupero seguito passo passo dall’attuale vescovo Claudio Cipolla, che l’ha definito una sorta di pellegrinaggio interiore nella storia e nella bellezza, in «uno di quei luoghi nei quali la storia della Chiesa di Padova, la bellezza e la preghiera s’incontrano e si lasciano reciprocamente illuminare».
Il ritrovamento della cappella all’interno del palazzo vescovile e il recupero di parte degli affreschi che la decorano, databili al 1437, riscrivono alcune pagine della storia della pittura tra Padova e Venezia e dell’arte italiana nel momento del passaggio dalla cultura figurativa del gotico internazionale a quella del primo Rinascimento veneto. Significativo è il ritrovamento, seppur parziale, del ciclo di affreschi realizzati da Giovanni da Ulma, del quale è stato ora possibile avere la conferma della corrispondenza anagrafica con Giovanni d’Alemagna, pittore tedesco all’epoca residente a Venezia, futuro cognato e socio di Antonio Vivarini, con cui pochi anni dopo avrebbe partecipato agli affreschi perduti della cappella Ovetari agli Eremitani.
«La figura di Giovanni d’Alemagna è ancora oggi sfuggente e complessa – ha sottolineato il direttore del Museo diocesano, Andrea Nante, che fin dal 2007 aveva individuato gli spazi della cappella – ma da questo ciclo è possibile iniziare a capire la sua fisionomia artistica, i suoi riferimenti, il suo ruolo e il suo apporto nella bottega del Vivarini».
La cappella ritrovata, risalente al 1432, era suddivisa in tre piccoli ambienti utilizzati come sgabuzzini e bagno di servizio. Ora è stata riportata il più possibile vicino alla sua struttura originaria: si compone di due campate quadrate voltate a crociera, impostate su eleganti peducci dal motivo fogliato, di cui quelli centrali riportano lo stemma del vescovo Pietro Donato, e termina in una piccola abside semicircolare. Le trasformazioni nel corso dei secoli, con l’apertura di porte a tutto sesto, una finestra al centro dell’abside e la demolizione di un tramezzo dipinto, hanno danneggiato pesantemente l’apparato decorativo.
Gli affreschi furono commissionati dal vescovo Donato con un compenso di 120 ducati. Le decorazioni superstiti riportano episodi della vita di Cristo, figure di profeti e padri della Chiesa, motivi floreali. Sulle pareti laterali la decorazione era organizzata su tre registri, con storie della vita di Cristo e altre tratte dall’Antico Testamento.
Il restauro è stato eseguito da Passarella Restauri srl di Padova, le opere edili dalla ditta Borin comm. Dino & Figlio di Arquà Petrarca. Il restauro è stato possibile grazie ai fondi dell’8 per mille alla Chiesa cattolica.