Idee | Lettera.D
Quarant’anni nel deserto, nella Bibbia, segnano il tempo della prova e della transizione, il passaggio necessario dalla memoria sfolgorante della liberazione dalla schiavitù alla fatica imprevista dell’insediamento in una nuova terra, in una condizione inedita. Tutta da scoprire, lasciate alle spalle le presunte sicurezze delle cipolle egiziane. Il quarantennale dello “Spirito di Assisi” cade in un deserto globale che ha il sapore di un «cambio d’epoca» non troppo distante da quello dell’Esodo: mentre le grandi speranze ecumeniche e interreligiose che illuminavano lo spegnersi del secolo scorso hanno ceduto il passo a un realismo aspro, talora cinico, nel contesto di un’Europa sempre più ex-culturata dal cristianesimo (C. Theobald). Volendo rendere ragione nel profondo di quello straordinario 27 ottobre 1986, la sua memoria dovrebbe smettere i panni della ricorrenza istituzionale e rilanciarsi come inciampo profetico nel corso ordinario e apparentemente ineluttabile della violenza umana: «Io chiedo quando sarà/ che l’uomo/ potrà imparare/ a vivere senza ammazzare», cantava Guccini.
Quando Giovanni Paolo II convocò nella città di san Francesco i leader delle religioni mondiali, la sua intuizione apparve subito dirompente. Davanti alle perplessità di quanti, anche all’interno della Santa Sede, temevano lo scivolamento verso il relativismo, il pontefice si fece forte di una distinzione chiave: non si trattava di pregare insieme – cedendo a un sincretismo che avrebbe rischiato di annullare le differenze e confuso le identità – ma di essere insieme per pregare. Ciascuno dei presenti, radicato nella propria tradizione, eppure unito agli altri nella stessa responsabilità di fronte al dolore (e alla paura) del mondo. Un evento destinato, negli auspici del vescovo di Roma, a scardinare la pretesa che la religione possa essere usata come pretesto per guerre cosiddette sante o da giustificazione per la violenza eretta a sistema, offrendo al quadro geopolitico un paradigma inedito di fraternità universale. La convinzione di fondo che l’ispirava: «La preghiera e la testimonianza dei credenti, a qualunque tradizione appartengano, può molto per la pace nel mondo».
Quattro decenni dopo, lo scenario internazionale si è drammaticamente trasformato. Il mondo non è più diviso in due blocchi ideologici opposti che trovavano un fragile equilibrio nel terrore nucleare, ma frammentato in quella che papa Francesco definiva lucidamente “terza guerra mondiale a pezzi”. Il fattore religioso, poi, è brutalmente sequestrato da logiche identitarie, arruolato come combustibile per nazionalismi, tensioni etniche e rivendicazioni territoriali, dalle nostalgie zariste della Santa Madre Rus’ fino alle mai rimarginate ferite del Medio Oriente. Mentre Assisi cercò di slegare il nome di Dio da quello degli eserciti di turno, i conflitti attuali puntano nuovamente a sacralizzare le frontiere e a demonizzare le diversità: con notevole successo, parrebbe. Il rischio maggiore, succede spesso, è la musealizzazione della memoria, limitandosi a citare lo “Spirito di Assisi” per scattare una foto di gruppo un po’ sbiadita oppure per un rassicurante souvenir da celebrare nostalgicamente in convegni o liturgie: mentre fuori la storia vera brucia. E si dirige altrove. Avvertenza: il deserto può divenire lo spazio del discernimento e della purificazione. Ecco perché questa ricorrenza interroga su quanto le singole comunità di fede abbiano davvero recepito e interiorizzato quella svolta: perché, invece di educarci alla cultura dell’incontro e al pluralismo, ci siamo rinchiusi nelle fortezze del quieto vivere e delle nostre appartenenze tribali?
È a questo punto che il bilancio si fa esigente e bussa alle porte delle nostre Chiese. Dobbiamo avere il coraggio della parresìa: l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, oggi, sono quasi del tutto assenti dalla vita ordinaria delle parrocchie. Capitoli delegati a qualche specialista, e confinati semmai in una (meritoria, si badi) settimana di preghiera vissuta troppo spesso come un dovere più o meno formale: ma lo “Spirito di Assisi” nasce non per rimanere un reperto d’annata bensì per essere praticato e incarnato nei quartieri e nei condomini, dove le nostre comunità incrociano ogni giorno volti e storie di uomini e donne di altre fedi. Come ha auspicato Leone XIV, valorizzando la dichiarazione del Concilio Nostra aetate (1965): «Le religioni non siano usate come armi o muri, ma vissute come ponti e profezia per essere lievito di unità in un mondo frammentato».
Sì, l’ospitalità e la conoscenza reciproca sono chiamate a farsi parte integrante della pastorale parrocchiale, della catechesi e dell’azione caritativa. Se le parrocchie e le comunità sapranno vincere la tentazione del ripiegamento identitario e alimentare questo tempo con semi di speranza, la profezia del 1986 smetterà di essere un anniversario poco più che retorico. E riprenderà a essere ciò per cui nacque: un caloroso incoraggiamento verso una – certo, faticosa – costruzione della fraternità nella nostra casa comune.