Idee
In margine ai disordini e agli atti violenti di cui si sono resi protagonisti alcuni adolescenti nel corso delle recenti manifestazioni di protesta sociale, abbiamo posto alcune domande allo scrittore, educatore e insegnante Eraldo Affinati, autore del saggio “Per amore del futuro. Educare oggi” (San Paolo Edizioni, 2025) e del recentissimo romanzo “Nella palude del padre” (Feltrinelli, 2026).
I disordini dei giorni scorsi a Milano e in altre città rappresentano soltanto un problema di ordine pubblico, o anche il segnale di un disagio educativo e sociale che non siamo riusciti a intercettare?
Certamente non è soltanto un problema di ordine pubblico. Se la risposta dello Stato si concentrasse in modo esclusivo sulla sfera giuridica, limitandosi a punire i reati, verrebbe meno la sua funzione costitutiva: rimuovere alla radice gli ostacoli che possono compromettere il bene comune, primo fra tutti l’inquietudine giovanile che, lo dico da insegnante, rappresenta sempre il segnale di un malessere sociale di cui noi adulti dobbiamo prendere atto.
La violenza può diventare, per alcuni giovani, una forma distorta di presenza nel mondo: se non riesco a immaginare un futuro, cerco di rendermi visibile nel presente… È una chiave di lettura plausibile?
Questa può essere un’interpretazione corretta e tutt’altro che superficiale, delle recenti proteste, le quali peraltro possiedono una dimensione internazionale. In ognuna di esse sembra di ascoltare un grido rauco e disarticolato che proviene da un luogo non solo geografico (periferie metropolitane) o identitario (le seconde generazioni spesso ancora prive di cittadinanza riconosciuta), ma anche interiore: non a caso fra i tanti commenti che abbiamo letto negli ultimi giorni, quello di papa Leone XIV è stato uno dei più lucidi e perspicaci: dietro la corazza molti di questi adolescenti vogliono soltanto essere amati. Ma quasi sempre non sono capaci di esprimerlo. Chi ha fatto sì che essi non avessero il linguaggio per formularlo? Ecco, se assumessimo tale prospettiva, ci renderemmo conto dell’assoluta inadeguatezza di qualsiasi reazione unicamente normativa e precettistica.
Molti tra i ragazzi fermati vengono da quartieri periferici, o sono immigrati di seconda generazione. Hanno sperimentato degrado e deprivazione, al contempo sono continuamente bombardati da immagini patinate che sponsorizzano prodotti di lusso. La povertà oggi pesa di più rispetto al passato?
Sì, perché viviamo nell’era digitale la quale non fa che amplificare le disuguaglianze sociali: se l’adolescente non possiede i valori etici (capacità di scelta, responsabilità, senso del limite) necessari per comprendere l’uso e l’abuso della libertà, rischia di sprofondare nel gorgo che noi gli abbiamo preparato, illudendolo che oggi tutto sia possibile, basta afferrarlo, senza dover pagare alcun prezzo.
Il capitalismo contemporaneo promette libertà di scelta, ma nello stesso tempo impone modelli di successo. Quanto contribuisce questa contraddizione al malessere delle nuove generazioni?
Tantissimo. Basti pensare al clima competitivo che si respira in certi licei del Bel Paese e metterlo a confronto con i bassi livelli di autostima presenti in molti studenti dei tecnici e dei professionali. Creare le condizioni affinché già a quindici, sedici anni, ci siano cittadini di serie A e serie B, può essere molto pericoloso. E’ questa una malintesa concezione del merito: siamo tutti contenti di premiare il campione, ma l’educatore sente che il suo lavoro deve essere rivolto a tutti quelli che non saliranno mai sul podio.
Come si può chiedere ai ragazzi di credere nel valore dell’impegno se il lavoro non sembra più garantire autonomia, dignità e possibilità di costruire un progetto di vita?
Dobbiamo far scoprire a ognuno di loro che la vera energia da cui prendono alimento non sempre corrisponde all’attività che sono chiamati a svolgere. La scuola è il campo cruciale per verificare attitudini, formare cittadini, avviare al futuro le nuove generazioni. Al contrario, per come sono concepiti oggi, i luoghi detentivi sono l’inferno della società, soprattutto per i giovani: chiunque vi entra anche solo per poco tempo, è ben difficile che possa riscattarsi.
L’educazione può ancora essere capace di interrompere una traiettoria di rabbia, esclusione o violenza?
Sì, a patto che ci siano adulti capaci di intercettare il tumulto adolescenziale prima della sua deflagrazione. Nel 2027 verranno celebrati i 150 anni dal Trattatello sul Sistema Preventivo di San Giovanni Bosco: potrà essere quella un’occasione per riflettere sulle tempistiche educative. Intervenire quando i ragazzi spaccano le vetrine è già troppo tardi. Bisogna imparare a decifrare i segnali che precedono il gesto violento rispondendo ai numerosi campanelli d’allarme risuonati in precedenza e troppo spesso trascurati o ignorati.
Quali interventi educativi possono produrre un cambiamento reale, oltre l’emergenza mediatica e gli annunci che seguono ogni episodio di violenza?
Il giovane a rischio ha bisogno di due cose: un patto di reciproca fiducia stipulato con l’adulto che ha mostrato autentico interesse nei suoi confronti e un’azione concreta nella quale impegnarsi. Dopodiché non tutti si salveranno, ma chi ci riuscirà potrà diventare a sua volta un punto di riferimento per chi verrà dopo.