Don Francesco Dal Sasso, parroco di Cristo Re e San Paolo in Padova. «Che grazia guidare una comunità»
Originario di Asiago, prete da dieci anni, è alla prima esperienza da parroco a San Paolo e Cristo Re. «Guidare una comunità è una grazia grande, ma serve tempo per pregare, riposare e coltivare le relazioni».
Era convinto che in città la vita di parrocchia fosse più fragile. Sono bastati i primi giorni per fargli cambiare idea. Don Francesco Dal Sasso, prete dal 2016 e originario di Asiago, per la prima volta è parroco, e di due comunità: sabato 10 ottobre l’ingresso a San Paolo, domenica 11 a Cristo Re. Due parrocchie che ha trovato vive: «Volti, gruppi e una voglia di camminare insieme, di progettare, di organizzare bene. Godo veramente della presenza di un buon laicato». Con l’Azione cattolica e gli scout, molto presenti a Cristo Re. «Se da una parte c’è uno zoccolo duro di residenti – osserva – dall’altra gravitano attorno alle comunità anche tante persone venute da fuori per studio o lavoro». Con il rovescio della medaglia: «Un certo anonimato che si percepisce e si vive in città». Alle spalle, dieci anni di ministero: vicario parrocchiale a Conselve, tre anni a Roma per studiare diritto canonico, un anno in Seminario dando una mano a Sant’Agostino e Mandriola di Albignasego, poi tre anni a Legnaro, Polverara e Isola dell’Abbà, con un ruolo anche amministrativo. «Mi hanno dato modo di affinare molte qualità e di limare i miei limiti caratteriali, non lo nascondo». E il diritto canonico torna utile: «Sapere come muoversi per un percorso in preparazione del battesimo o nei matrimoni misti è un valore aggiunto». Troppo giovane? «Sono giovane, però mi rendo anche conto che c’è una sensibilità di fondo nei fedeli di queste due comunità che può veramente aiutarmi a camminare». Guidare una comunità cristiana, per lui, «è una grazia grande». E qui il discorso tocca il tema sollevato sulla Difesa da don Giorgio Bozza, ovvero l’aumentare del numero dei preti contenti di essere preti ma non inclini a essere parroci. «È inevitabile che ci sia un mal di pancia diffuso nel clero – riconosce don Francesco – Va ripensato lo stile con cui vogliamo essere Chiesa e la struttura che stiamo dando alle parrocchie». Ma un prete deve saper ritagliarsi anche il tempo per la preghiera, il riposo, la lettura, le relazioni con altri preti: «Se si tralascia questa dimensione, il rischio di andare fuori fase è assicurato». Per ora, niente affanni. «Mi ha accompagnato e mi sta accompagnando tanta serenità – conclude – Penso sia proprio un dono del cielo, perché non ho mai avuto l’impressione di dover portare un peso troppo grande».