Mosaico
La sera del 3 ottobre 1226 Francesco d’Assisi si spegneva alla Porziuncola, adagiato sulla nuda terra. Otto secoli sono passati da allora e quest’anno le celebrazioni hanno coinvolto la Chiesa e il Paese intero; i segni concreti di quella scelta di farsi piccolo e umile, mettendosi al servizio degli altri, sono però ancora ben visibili nelle nostre città. A Padova uno di questi segni ha un nome preciso: San Francesco Grande, così chiamato per distinguerlo da San Francesco Piccolo, l’attuale chiesa di San Gaetano. A esso è dedicato un poderoso volume recentemente pubblicato – La chiesa di San Francesco Grande e l’ospedale antico di Padova. Archeologia, storia, arte, architettura e restauri, a cura di Girolamo Zampieri – frutto del lavoro di decine di studiosi.
Tutto comincia il 29 dicembre 1414, quando nel palazzo vescovile, davanti al vescovo Pietro Marcello, i coniugi Baldo Bonafari e Sibilia de Cetto stabiliscono di destinare buona parte dei loro beni a una chiesa, un convento per i frati minori e soprattutto un ospedale. Per quasi quattro secoli, fino all’inaugurazione del Giustinianeo nel 1798, sarà il punto di riferimento cittadino per la cura e l’assistenza. Non un’iniziativa calata dall’alto, ma un atto di generosità di due laici. Nella loro casa, accanto all’ospedale, si insedierà la Scuola della Carità, la confraternita nata per gestire i lasciti per infermi, poveri e ragazze senza dote.
L’opera nasce mentre prende piede in città l’Osservanza, la corrente riformatrice che all’interno del movimento francescano reclama un ritorno severo alla regola, alla povertà, alla prossimità con chi non ha nulla. San Francesco Grande ne diventa in breve uno dei centri più vivi del Veneto, e dal suo pulpito predicano Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano, Giacomo della Marca e Bernardino da Feltre; qui però la riforma non si esaurisce nelle prediche: per i frati pensare alle anime e curare i corpi sono un unico gesto. Nell’ospedale trovano posto poveri, pellegrini, orfani e infermi: a tutti si prova a dare un letto, del pane, una parola di conforto.
Poi nel 1543 Giovanni Battista Da Monte, professore nella vicina università, comincia a condurre i suoi studenti fra le corsie. Ai commenti su Ippocrate e Galeno si aggiungono l’esame del paziente e l’osservazione del decorso: la lezione, in un certo senso, esce dall’aula. È una delle prime forme documentate di insegnamento clinico quello che prende corpo proprio qui, accanto al letto del malato. Non stupisce dunque che nel corso dei secoli diversi medici abbiano voluto essere sepolti in San Francesco, né che oggi, negli spazi dell’antico ospedale, abbia trovato casa il Musme, il museo didattico di storia della medicina.
Il volume, destinato soprattutto agli studiosi, fa il punto sulle attuali conoscenze, fra i tesori storici e artistici del complesso: dipinti e sculture, la ricca collezione di volumi, oggi in parte confluita nella biblioteca universitaria; l’analisi archeologica del territorio circostante, le epigrafi e gli arredi lignei, fino agli ultimi restauri. Ne esce il ritratto di un’istituzione in cui assistenza, fede, scienza e arte hanno convissuto per secoli in armonia sotto lo stesso tetto, sostenendosi a vicenda: una lezione che parla anche al presente, mentre anche a Padova si continua a discutere su come declinare sanità e assistenza in maniera efficiente e sostenibile. In questo San Francesco Grande ci ricorda ancora oggi la scelta di una comunità fedele e lungimirante, che seguendo l’esempio del Poverello di Assisi scelse di non lasciare indietro nessuno.
Il volume a cura di Girolamo Zampieri e pubblicato dalla casa editrice L’Erma di Bretschneider (Roma 2026, 1200 pagine) è l’ottavo volume della collana “Chiese monumentali padovane”.