Mosaico
Torna l’appuntamento con le mostre di Palazzo Zabarella, che dal 1997 propone ogni anno a Padova una grande esposizione. Quella di quest’anno è una monografica che unisce rigore scientifico e piacere della scoperta: protagonista è Max Pechstein (1881-1955), tra i maggiori esponenti dell’espressionismo tedesco, con un percorso che riunisce oltre 120 opere tra dipinti, grafica, schizzi preparatori e lettere, grazie ai prestiti del museo di Zwickau, in Germania, città natale dell’artista, della Fondazione Pechstein e della famiglia dell’artista.
Chi associa l’espressionismo all’angoscia di Munch o ai volti spigolosi di Kirchner troverà qui qualcosa di diverso: Pechstein conosce bene quella lezione fatta di colori violenti, linee spezzate e realtà piegata al sentimento, ma la volge verso toni più caldi e vitali, in una pittura innamorata della luce, del mare, dei corpi in armonia con la natura. A nutrirla sono i viaggi: il Baltico, Parigi e i Fauves di Matisse, l’isola di Palau nei Mari del Sud sulle orme di Gauguin; poi l’Italia, dove l’artista si misura con la grande pittura classica e medievale e dove, a Monterosso, in Liguria, trova una luce che non lascerà più la sua tavolozza. Più che una fuga esotica la sua è una ricerca di una vita autentica, di un rapporto diretto e non mediato con il creato: una visione dell’armonia tra uomo e ambiente che oggi suona sorprendentemente attuale.
Eppure quella di Pechstein non è una vita priva di ferite, segnata prima dalla trincea della Grande guerra – «un tratto netto», la definisce, tracciato nella sua esistenza – e poi dal marchio di “arte degenerata” con cui il nazismo gli toglie l’insegnamento all’Accademia di Berlino; eppure le tele dell’ultimo periodo, popolate di barche, bagnanti e spiagge come le Donne sulla riva (1953), sono un’esplosione di colore e di gioia di vivere. «Desidero dare espressione alla mia nostalgia di esperienze felici», scriveva.
Una mostra non scontata, che fa conoscere un autore e un movimento poco noti al pubblico italiano, ma decisivi per il nostro modo di guardare: dal cinema alla fotografia, fino ai video dei nostri schermi, molto del nostro immaginario porta ancora l’impronta della stagione artistica di cui Pechstein è a pieno titolo uno dei protagonisti.