Idee
“La tassazione è il primo elemento del patto sociale, non è una cosa secondaria”. Parte anche da qui la riflessione dell’economista Luigino Bruni sul futuro dello Stato sociale e sulle difficoltà del ceto medio. Nell’intervista al Sir, il professore lega l’indebolimento del modello europeo a un cambiamento culturale: alla centralità della partecipazione democratica si è progressivamente sostituita quella del business, con i suoi criteri di velocità ed efficienza. A pagarne le conseguenze sono la redistribuzione, i servizi e i legami comunitari. Per invertire la rotta, sostiene, occorre tornare a occuparsi delle grandi questioni collettive.
Professore, da dove partire per comprendere le difficoltà dello Stato sociale e il peso che ricade sul ceto medio?
Sappiamo che, soprattutto con il passaggio di millennio, la tendenza in Italia e in Europa è una riduzione dello Stato sociale. Questo rappresenta una via europea al capitalismo, diversa da quella americana, giapponese o coreana: un modello che aveva attribuito un peso significativo all’intervento pubblico in economia e riconosciuto diritti attraverso le pensioni, la scuola, l’università, la sanità e la cura delle persone. Oggi questo modello è sottoposto a un attacco, più o meno esplicito, da parte del sistema capitalistico. La cultura dominante vede l’individuo e uno Stato sempre più ridotto alla sicurezza militare e ai servizi essenziali. Eppure, l’investimento nello Stato sociale è stato anche una ragione del successo economico e industriale dell’Europa: la scuola, per esempio, significa formare i lavoratori di domani.
Quale idea di società rischiamo di perdere?
Un’idea di economia che non è fatta soltanto di individuo e Stato, ma anche e soprattutto di corpi intermedi: famiglie, associazioni, cooperative, comunità. Questa visione è entrata in crisi perché l’ideologia dominante non riconosce adeguatamente il valore di queste realtà. È una questione molto seria, che ha conseguenze dirette anche sulla tassazione. Il fisco è il primo elemento del patto sociale: per capire quale patto tiene insieme una società bisogna guardare alla sua legge fiscale.
Che cosa ci dice, allora, il rapporto tra fisco e cittadini?
Quando il patto con gli elettori si costruisce attorno alla promessa di ridurre le imposte e al messaggio di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, il rischio è che a pagare siano soprattutto coloro che devono farlo per forza. Parlo di chi ha la tassazione alla fonte: operai, lavoratori dipendenti, persone che non possono sottrarsi al prelievo. I più ricchi, invece, dispongono di diversi strumenti per non pagare quanto dovrebbero. Questo aumenta le disuguaglianze. E bisogna distinguere il problema dell’evasione da quello dell’elusione fiscale, che può essere ancora più grave.
Nella rappresentazione di un’Italia sostenuta dalle piccole e medie imprese, quale elemento va considerato?
Non condivido del tutto l’affermazione secondo cui sarebbe la piccola impresa a sostenere lo Stato sociale, perché è anche uno dei luoghi principali dell’evasione. Poi c’è il problema di chi trasferisce la sede fiscale in Paesi nei quali può pagare meno imposte. Il punto resta questo: il peso ricade su chi non può evitare di pagare. È qui che il tema fiscale incontra quello delle disuguaglianze.
Qual è la causa più profonda di questo cambiamento?
L’impero del nostro tempo è il business. Nel Novecento il paradigma dominante era la partecipazione politica e democratica: gli organi collegiali nella scuola, i sindacati nelle imprese, l’idea che discutere e partecipare significasse avere più libertà e una vita migliore. Con il passaggio di millennio il paradigma dominante è diventato il business: velocità, efficienza, consulenti, manager. Se si vuole fare una cosa seria, si pensa di dover chiamare qualcuno che porti i criteri dell’organizzazione aziendale. Questa cultura entra ovunque: nella scuola, nella sanità, nel giornalismo, anche nella Chiesa.
Perché questa trasformazione favorisce le disuguaglianze?
Perché l’impresa funziona secondo regole diverse da quelle della democrazia. Chi ha più azioni ha più potere: non vale il principio per cui ciascuno conta allo stesso modo. Se questo modello diventa dominante, le disuguaglianze aumentano, perché non è nel Dna del business preoccuparsene. È la politica che deve farlo. Ma una politica sempre più fragile, concentrata sul breve periodo e sulle continue scadenze elettorali, fatica a compiere queste scelte. Così il business domina incontrastato.
Anche la concentrazione sugli interessi individuali contribuisce a indebolire la dimensione collettiva?
Sì. Il rischio è che persone concentrate soltanto sui propri interessi diventino più facilmente manovrabili. Se ci occupiamo esclusivamente della pensione, della salute, della televisione e delle nostre faccende private, siamo più vulnerabili sul terreno delle grandi questioni politiche e sociali. Quando dominano gli interessi e i profitti, l’uguaglianza e lo Stato sociale smettono di essere temi di cui ci si occupa seriamente. Anche così crescono le disuguaglianze.
Da dove si può ripartire?
Dobbiamo tornare a occuparci delle grandi questioni collettive. La felicità privata è troppo poco, ci vuole la felicità pubblica. Questo richiede educazione e un impegno più forte: l’interesse privato, da solo, non è sufficiente per immaginare un mondo migliore.