“Braccialetti rossi”. Nel 2014 ha segnano una scommessa vinta per la Rai la serie “Braccialetti rossi” (2014-16, 3 stagioni) diretta da Giacomo Campiotti, il racconto di una storia di amicizia tra ragazzi preadolescenti e adolescenti all’interno di un ospedale. Una storia di vita e speranza che correva veloce sul binario della malattia, segnata dallo spettro della morte. Un’intuizione del produttore Carlo Degli Esposti con la Palomar e di Rai Fiction, che hanno acquisito il soggetto dell’opera dalla serie spagnola “Polseres vermelles” (2008). Proprio quel tracciato sembra il punto di partenza della Rai “Tutto l’amore che resta” diretta da Andrea Rebuzzi, la storia di un liceo inclusivo, aperto a tutte le persone con disabilità e non. Una storia che si gioca, anche qui, sul valore dell’amicizia e dell’amore tra ragazzi. Protagonisti Raoul Bova, Giulia Bevilacqua, Gloria Harvey e Francesco Leo. Prodotta da Rai Fiction e Fabula Pictures, è andata in onda su Rai Uno dal 29 settembre al 27 ottobre 2026; 8 episodi ora disponibili su RaiPlay.
La storia. Roma, oggi. Il Liceo Helen Keller è stato fondato ed è diretto dal preside Stefano Fogli, che ha voluto fortemente creare una realtà scolastica inclusiva, senza barriere, dove ogni ragazzo con disabilità e non possa trovare spazio e condurre un ciclo scolastico serenamente. Il progetto incontra però molte resistenze burocratiche…
Pros. & Cons. “Saranno gli occhi di Vittoria, una ragazza di città senza disabilità, a guidare il pubblico in questo viaggio”. Così il regista Rebuzzi, che sottolinea: “In una scuola che fa dell’integrazione la propria missione, Vittoria – e noi con lei – scoprirà gradualmente che quel mondo all’apparenza così distante (…) risponde, in realtà, alle stesse identiche leggi del cuore a cui tutti siamo abituati. I sentimenti, i primi amori, i conflitti della tardo-adolescenza non cambiano: semmai, si amplificano”. La serie “Tutto l’amore che resta” prende le mosse dal format francese “Lycée Toulouse-Lautrec” (2022-24, 2 stagioni) creata da Fanny Riedberger. Lo schema narrativo di partenza è molto vicino a quello di “Braccialetti rossi”: qui non si parla di malattia, ma di disabilità, e al centro del racconto resta una storia di formazione, di crescita, tra legami di amicizia e primi amori. A uno sguardo attento, si riconosce da un lato il pregio di aver messo al centro il tema della persona con disabilità, in una serie direzionata a un pubblico giovane e soprattutto sull’ammiraglia della Rai, Rai Uno; una proposta di taglio educativo e divulgativo, per offrire uno sguardo “nuovo”, fresco e rinnovato, sulla disabilità. Dall’altro lato, il limite del racconto, è l’idea stessa di un liceo “speciale”, uno spazio che punta sull’inclusione, sull’assenza di barriere rispetto ad altre scuole, ma che rischia di trasformarsi in un’immagine “straordinaria”, pertanto limitante e lontana dalla realtà. La genuinità dei ragazzi, dei personaggi, abbatte imbarazzi e barriere, anche se a ben vedere la serie sconta una narrazione a tratti melensa e melodrammatica. Nell’insieme, al di là di qualche riserva o sbavatura, la proposta è comunque valida e positiva per i suoi riverberi sociali ed educational. Consigliabile, problematica, per dibattiti.