Idee | Pensiero Libero
Lunedì scorso a Fossona la ricreazione è durata più del solito. Nella casella mail dell’istituto comprensivo di Cervarese Santa Croce era arrivata la minaccia: un ordigno al nitrato di ammonio, nascosto in un sacchetto di plastica dentro la primaria Papa Luciani, pronto a esplodere entro un’ora, e per chi fosse sopravvissuto la promessa del coltello. I bambini sono usciti dalle aule, i carabinieri sono entrati a controllare a tappeto. Nessuna bomba.
Stesso giorno, stesso copione, anche in un plesso dell’istituto Bruno Ciari di Padova e in oltre 270 scuole in tutta Italia, molte delle quali chiuse per la commemorazione dei defunti. Mail in arabo, firmate da un sedicente “Corpo delle guardie della rivoluzione islamica”, sigla che in nulla, per ora, rimanda a mittenti reali e credibili. Ed è la seconda ondata in due settimane: il 19 ottobre era toccato alla Rodari di Padova, al Newton di Camposampiero, alla Vivaldi di Montegrotto. Tutto falso. Ma la paura era vera.
Al netto del gesto minatorio, inqualificabile e inaccettabile, la domanda che rimane è: perché fatti come questo ci allarmano tanto? Anzitutto per il bersaglio: la scuola è il luogo dove ogni mattina consegniamo ad altri ciò che abbiamo di più caro, e colpirla, anche solo a parole, significa colpire quella fiducia. Poi per il meccanismo, costruito apposta per non lasciare scelta: un dirigente che riceve quel testo non può permettersi di pensarci su, deve svuotare l’edificio. E perché oggi la soglia della paura è più bassa di ieri: dopo che a gennaio, a La Spezia, uno studente di diciotto anni è stato ucciso in classe da un compagno, nessun genitore riesce più a pensare che certe cose, da noi, non succedano. Ma c’è dell’altro. Una minaccia così costa a chi la manda pochi secondi e un indirizzo anonimo. Il resto del lavoro lo facciamo noi: lo screenshot girato nella chat dei genitori, il vocale di chi ha sentito dire, la notizia rilanciata prima di essere verificata, la foto dei bambini in cortile con il giubbotto sopra il grembiule. In un’ora la mail di uno diventa l’ansia di migliaia e l’eco di questa ansia si riverbera ben oltre le mura delle scuole prese a bersaglio.
I social hanno dato alla paura una velocità che non aveva mai avuto, e la premiano: un allarme corre più di una smentita, perché fa più rumore. E l’individualismo che respiriamo fa il resto. La notizia arriva a ciascuno separatamente, nel palmo della mano, senza un luogo dove fermarsi a pesarla insieme. Un tempo l’allarme passava per il bar, il sagrato, il cancello della scuola: qualcuno sapeva, qualcuno ridimensionava, qualcuno ti metteva una mano sulla spalla. Oggi ciascuno riceve, legge e rilancia da solo, chiuso nella propria bolla, convinto di proteggere i suoi mentre alimenta il panico di tutti. È il paradosso di una società iperconnessa e insieme sempre più sola: mai così tanti contatti, mai così pochi legami capaci di reggere l’urto di una brutta notizia. E la paura, condivisa ma mai elaborata, si moltiplica.
C’è un compito per noi adulti, allora. Insegnare ai ragazzi, e prima ancora a noi stessi, che inoltrare è un gesto, e i gesti hanno conseguenze. Che davanti a un allarme la prima domanda da porsi è da dove arriva. Che un minuto di silenzio vale più di dieci condivisioni. Che una telefonata alla maestra, o alla segreteria, rassicura più di cento messaggi nel gruppo. Lo chiede anche papa Leone XIV nella Magnifica humanitas: i genitori, osserva, faticano a reggere da soli modelli di business che fanno soldi con la nostra attenzione e il nostro tempo, e serve un’alleanza tra famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni. Alla scuola il papa affida ciò che nessuno schermo garantisce: tempo da passare insieme e relazioni di cui fidarsi. Un compito che riguarda anche i patronati, i gruppi di catechesi, gli animatori del grest.
Chi ha scritto quelle mail ha fabbricato una bomba fatta soltanto di parole, e noi, inoltrandole senza pensarci, ne abbiamo acceso la miccia. Per questo la risposta passa da lì, e il papa la indica in una riga: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Si comincia dalla chat di classe.