Idee | Pensiero Libero
C’è una foto di gruppo scattata di recente all’assemblea dell’Anci Veneto – l’Associazione nazionale dei Comuni italiani – riunitasi a Treviso nei giorni scorsi, che non può lasciare indifferenti. Vi si leggono i volti preoccupati di molti sindaci, i primi cittadini che ogni giorno – con la fascia tricolore sul petto, ma più spesso con i ferri del mestiere – sono chiamati a essere il volto dello Stato davanti alle speranze e alle fatiche delle comunità locali. Ma quello stesso Stato, almeno nelle sue amministrazioni centrali dislocate nei palazzi romani, sembra aver smarrito il senso dell’alleanza istituzionale con il territorio, preferendo la logica fredda dei numeri e dei tagli lineari.
Non si tratta di fare l’agiografia dei primi cittadini di casa nostra, anche se svolgono un compito complesso e sfidante che anche il vescovo Claudio ha riconosciuto nel tradizionale incontro con gli amministratori locali che quest’anno si è tenuto il 2 ottobre. Piuttosto, è l’analisi dei numeri che deve stimolare una seria riflessione. I dati emersi sono impietosi e fotografano un progressivo impoverimento dei bilanci municipali negli ultimi cinque anni: i trasferimenti statali correnti per i Comuni veneti sono crollati da 771 a 348 milioni di euro, segnando una perdita complessiva che supera i 422 milioni. Una sforbiciata drammatica che si inserisce in una serie di riforme fiscali e spending review che hanno attraversato esecutivi di ogni colore politico. Se è pur vero che la fine della fase emergenziale legata alla pandemia ha riportato i flussi finanziari all’ordinario, non si può ignorare che l’inflazione (potere d’acquisto giù del 16 per cento negli ultimi otto anni), il rincaro dei costi energetici e i legittimi adeguamenti contrattuali del personale stanno stringendo i municipi in una morsa insostenibile. Solo nel 2026, i sette capoluoghi della nostra Regione si sono trovati con 8,6 milioni di euro in meno per la spesa corrente.
Cosa significano queste cifre quando si spegne la calcolatrice dei tecnici dei ministeri? Significano meno risorse per gli asili nido, per l’assistenza domiciliare agli anziani soli, per le rette delle case di riposo e per il sostegno alle famiglie in difficoltà economica. I Comuni più virtuosi del Veneto (e non solo) hanno già da tempo tagliato gli sprechi e ottimizzato le macchine comunali. Oltre questa soglia non ci sono più rami secchi da potare: ci sono solo i diritti essenziali dei cittadini che rischiano di essere compromessi.
Se la tendenza non verrà invertita, il 2027 e il 2028 evocano lo spettro di una vera e propria paralisi dei servizi di prossimità.
Non si tratta di alimentare polemiche di parte, piuttosto avvertiamo l’urgenza di richiamare l’attenzione su un principio fondamentale della nostra Costituzione e della Dottrina sociale: la sussidiarietà. Il Comune non è l’ultimo anello di una catena burocratica, ma la “casa comune” più vicina alla persona. Chiedere ai sindaci di fare sempre di più con sempre meno significa lasciarli soli di fronte a una domanda sociale crescente, minando quel legame di fiducia che tiene insieme il nostro tessuto sociale. In Veneto, nessuno dei 563 Comuni si trova in dissesto finanziario: una virtuosità che invece di essere premiata sembra quasi punita da un centralismo di ritorno.
È tempo che il dialogo tra Governo e autonomie locali ritrovi la strada della corresponsabilità. Non si può risanare la finanza pubblica scaricando il peso sui servizi di prossimità. Custodire i nostri territori significa, prima di tutto, dare ai Comuni le risorse necessarie per continuare a essere comunità accoglienti, solidali e fraterne. Anche andando oltre le legittime logiche di parte e soprattutto evitando di dislocare risorse su misure dal chiaro sapore elettorale, togliendole da capitoli di spesa necessari. La logica del consenso non può prevalere su quella della gestione oculata ed equilibrata dei beni pubblici.