Fatti
Il riso italiano è sempre il migliore, ma concorrenza e dazi rischiano di renderlo amaro, anche se i mercati continuano a premiarne la qualità. E’ un po’ questa la sintesi della situazione del comparto risicolo italiano – uno dei più significativi dell’agroalimentare nazionale – alla partenza della raccolta che sta avvenendo in questi giorni.
Stando alle prime rilevazioni, il raccolto 2025 di riso dovrebbe contare su un aumento del 4% circa delle superfici ma, soprattutto, di un andamento climatico migliore rispetto a quello della campagna 2024. Detto in numeri, in questi giorni si inizia a raccogliere su circa 235mila ettari contro i 226mila coltivati nel 2024 quando la produzione arrivò a 1,4 milioni di tonnellate per il 90% tra Piemonte e Lombardia. Stime su quest’anno sono ancora azzardate, perché il riso è come il vino: qualità e quantità dipendono molto dagli ultimi giorni di coltura e dall’andamento delle fasi post raccolta.
Il tema che inquieta i risicoltori, tuttavia, non è quello della raccolta ma quanto sta avvenendo sui mercato internazionali, oltre a quanto è già avvenuto. Partiamo da ciò che è già accaduto. Coldiretti precisa: “A pesare sulle attese sono le incognite legate ai costi di produzione e alle importazioni di prodotto straniero”. Al di là dei costi, i coltivatori puntano il dito sulle regole d’importazione che, a loro avviso, sono troppo squilibrate. “Già oggi – viene spiegato in una recente nota – il 60% del riso importato in Italia gode di tariffe agevolate, con squilibri sui prezzi e minore competitività per la filiera nazionale. Dal 2009 le importazioni dai Paesi meno sviluppati sono passate da 9 a quasi 500 milioni di chili, un dumping aggravato dall’uso di pesticidi vietati e dal sospetto di sfruttamento del lavoro minorile. Ora la stessa dinamica minaccia di ripetersi anche con un possibile futuro accordo Ue-India”. La parola d’ordine per gli agricoltori è così di fatto una sola: revisione. Devono, cioè, essere rivisti gli accordi commerciali con il resto del mondo risicolo. E, prima di tutto, servono sempre secondo i coltivatori, “l’applicazione di una clausola di salvaguardia automatica che scatti al superamento di una certa soglia percentuale di importazioni rispetto all’anno precedente e reciprocità per garantire che il riso importato rispetti le stesse regole imposte alle produzioni comunitarie”. Una posizione condivisa da tutti, seppur con sfumature diverse. Secondo Cia-Agricoltori Italiani occorre, per esempio, aggiungere una Politica agricola comune (Pac) “più vicina alle imprese e capace di sostenere davvero chi produce”. Mentre Confagricoltura cerca di vedere le cose in modo ancora più ampio. “Gli agricoltori – è stato spiegato recentemente – sono chiamati ad affrontare temi complessi, a partire dal posizionamento nei nuovi mercati, gli accordi internazionali, i cambiamenti climatici, l’uso delle risorse idriche, e non ultimo, una burocrazia sempre più pressante. È necessaria una forte politica di promozione, accompagnata da innovazione, ricerca e coordinamento fra Regioni per mantenere salda la posizione acquisita dal comparto risicolo italiano in Europa e nel mondo”.
Il futuro della risicoltura italiana, appare così legato a molti fattori tutti collegati ed è, come spesso accade nell’agroalimentare, una sfida da affrontare in modo coordinato per pensare di vincerla. Rimane comunque un dato di fondo che fa ben sperare anche se non indica una soluzione definitiva ai problemi del comparto. Secondo una recente indagine dell’Osservatorio Nazionale sul Consumo di Riso in Italia, quest’anno la frequenza di consumo sta registrando un +6,9% rispetto al 2024.