Idee
Sono le 7 di sera. In via Castelmorrone a Padova, nella sede dell’associazione Medici in strada, gli aromi del soffritto che condiranno un grande “calierone” di pasta accompagnano Carmine Lo Bello, commercialista, fondatore e presidente dell’associazione, mentre organizza la squadra che di lì a mezz’ora raggiungerà la stazione dei treni. Due medici, le addette al vettovagliamento, volontari vecchi e nuovi pronti, in divisa, a curare, nutrire e confortare gli ultimi, coloro che si accampano sotto i portici sopra dei “comodi” cartoni e avvolti da vecchie coperte dismesse dagli ospedali.
Un camper con cibo e coperte, vestiti e scarpe, e un’ambulanza, entro pochi minuti parcheggiano davanti ai colonnati della stazione di Padova. Gli autisti salutano con un cenno le forze dell’ordine e appena scendono una ragazza li accoglie: «Avete sentito di Ilaria? È morta venerdì. Qualcuno le ha iniettato qualcosa, è andata in overdose e l’uomo è scappato. Siamo tutti tristi». Il 21 novembre Ilaria Borgato aveva 24 anni. Da un paio di settimane frequentava piazzale Gasparotto e la sua gente: 50, 60 persone, italiane e straniere con passati di criminalità, droga e immigrazione legale che si riconoscono, si azzuffano, si accampano insieme.
Sono una comunità di storie interrotte e di vite che pensano a come superare la giornata. Ogni mercoledì e sabato, alle 19.30, un tiepido sorriso si scorge sui loro volti. I mezzi dell’associazione parcheggiano di fronte a loro e, dopo un rapido allestimento di tavoli, posate e bicchieri, immediatamente escono piatti e bevande calde. Nel frattempo una fila – il più delle volte riconoscente – si forma per ricevere una visita medica, medicinali, oppure essere indirizzata all’ospedale in casi non affrontabili sul posto. Le persone rispettano l’ordine e, quando non succede, Nando Mancini, ex maggiore dell’esercito, alza la voce. Solo poi continuerà a distribuire acqua e latte caldo.







Il tutto richiede organizzazione ed entusiasmo. Ad esempio, Edgardo Tonti e Mario Novello, rispettivamente ex ingegnere all’Ilva di Marghera ed ex commerciale del quotidiano Il Gazzettino, il sabato mattina si recano nella sede del Banco alimentare di Peraga di Vigonza, riempiono il furgone e ritornano in sede dove volontarie come Anna Dalla Valle stipano il magazzino e si occupano della cucina, preparando pasta, riso o qualsiasi piatto caldo a seconda degli ingredienti disponibili, che poi verrà servito durante il servizio in stazione. Carmelo Lo Bello organizza i turni dei volontari che ammontano a 72 medici e 32 non medici.
Oltre alle cure sul campo bisogna occuparsi della logistica, del reperimento del materiale, della distribuzione di buoni da 50 euro da spendere nei supermercati, che verranno consegnati singolarmente a patto di avere documenti d’identità in regola e anticipatamente preclusi all’acquisto di alcolici e superalcolici. E poi c’è il presidio di altre attività come ambulatori, indirizzamento e reintegro di persone in alternanza pena-volontariato.
Alcune serate sono buone, altre meno. Sicuramente l’inverno non aiuta. Il freddo è pungente, la nebbia penetrante e la nottata si annuncia difficile. Coperte dismesse dalle Ulss dopo tanti lavaggi vengono donate per aiutare le persone a sopportare meglio il sonno difficile dei senza tetto. Spesso gli animi si scaldano. Un ragazzo nordafricano, alterato da chissà cosa, insiste per avere un piumino più grande di quello appena fornito. È chiaramente fuori controllo. Se ne accorgono i compagni di colonnato, che cercano di tenerlo buono mentre il cane pitbull di uno di loro abbaia per l’agitazione, e una pattuglia della Guardia di Finanza – con polso fermo ma estremo tatto – riesce a isolarlo e a calmare gli animi. I volontari sono abituati a vedere scene del genere. La scelta di prestare del tempo a servizio degli altri arriva da vocazione profonda e c’è la consapevolezza di immergersi in un mondo difficile, dove l’essere umano mostra ombre e luci con grande limpidezza.
Alberto ha 42 anni. È di Belluno. Racconta di alternare notti all’aperto e in case di fortuna. In gioventù comincia a frequentare il mondo dei rave ed entra, inesorabilmente, nel mondo della tossicodipendenza. A 28 anni entra in comunità e fino ai 30 riesce a “rimanere pulito” finché, assieme alla sua ragazza e a un’altra coppia, decide di scappare. Rubano i medicinali e picchiano un inserviente. Viene arrestato, condannato a otto anni di carcere, scontati cinque. Quando esce un’overdose gli procura due trombosi e la piena invalidità. Da allora vive nel desiderio di uscire dalla melma della droga, ma ne è ancora dentro. È una persona gentile e mite, ringrazia i volontari e mi chiede sempre come sto. Piange il cuore vederlo barcollare quando cammina.
Giuseppe Marinaro invece è un cardiologo, ex primario del pronto soccorso di Camposampiero in pensione. Senza alcun dubbio ha deciso di spendere totalmente il tempo del buon ritiro a servizio degli altri, prestando servizio con Medici in strada e presiedendo Aspos, un’altra associazione padovana che cura i più sfortunati in Etiopia e in Kenya. Con lui ci sono Antonio Borghero, medico di base in pensione e ginecologo ancora in attività, e sua moglie Nicoletta Tinazzo, segretaria, che con grande entusiasmo e rassicurazione visitano e annotano i dati dei pazienti. E come loro sono molti quelli che sono incuriositi dall’attività dell’associazione e chiedono di farne parte, si può aiutare a seconda della propria disponibilità.
Un mercoledì sera, durante un servizio, uno studente di matematica fuori sede a Ferrara, appena sceso dal treno si avvicina e chiede informazioni. «Ho del tempo libero e mi piacerebbe fare qualcosa per gli altri» dice e subito i volontari gli danno le prime indicazioni e gli girano i recapiti di Carmelo Lo Bello.
Ci sono molti italiani nel gruppo della stazione. Uomini e donne di tutte le età, ciascuno con un passato diverso. Alcuni di loro hanno biciclette che non corrispondono al loro stile di vita. Per tutti la vita non è andata bene: famiglie distrutte, tossicodipendenza, spaccio, criminalità e immigrazione illegale. Nordafricani, africani della fascia subsahariana, europei dell’Est completano questo micromondo che vive intrappolato nella propria esistenza in un marciapiede le cui colonne ricordano le sbarre di una cella, a un passo dal treno, che potrebbe portarli via, magari verso un futuro migliore.
Joao viene dall’Angola. Ha 60 anni e un buonumore contagioso. Tutti lo conoscono e lo salutano. Prende una scopa e un sacchetto e raccoglie la spazzatura alla fine del servizio dell’associazione. Di mattina lavora in un magazzino e il pomeriggio, assieme ad altri volontari, alterna le pulizie tra le Cucine popolari e la stazione quando serve. Ha quel sorriso che serve a mitigare un’atmosfera di sventure.

Medici in Strada nasce nel 2017 con un obiettivo: offrire assistenza sanitaria e sostegno umano alle persone in condizioni di marginalità sociale, in particolare senza dimora e migranti.
Con il Covid e grazie alla buona rete di Carmelo
Lo Bello, commercialista padovano, l’associazione cresce e, oltre al servizio ambulatoriale alla stazione di Padova, offre assistenza sanitaria di base, piccoli interventi medici, consulenze e indirizzamento ai servizi sanitari pubblici quando necessario; aiuta le persone ad accedere ai servizi socio-sanitari del territorio grazie a un protocollo d’intesa con l’Ulss 6 di Padova; collabora con il Tribunale accogliendo persone affidate in percorsi di alternanza pena–volontariato; presidia un ambulatorio in via Tonzig a Padova in collaborazione con Anteas; effettua visite cardiologiche nei patronati a persone over 65 che ne fanno richiesta, contribuendo così a ridurre gli accessi al pronto soccorso. I medici volontari specialisti, ancora in attività professionale, offrono cure nei propri ambulatori al di fuori dell’orario di lavoro.
Per maggiori info: mediciinstrada.it, oppure cell. 366-2590945.